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domenica 30 gennaio 2011

mito di Psiche 13 - Perchè siamo arrivati ad un punto di NON ritorno

 Il Vello d'Oro, l'Emancipazione Femminile e
 la distruzione del Mondo Moderno


Come la lettura di questo passaggio vi trasmetterà, abbiamo davanti, questa volta, la risposta esatta al motivo per cui ci troviamo oggi, 30 gennaio 2011, in questa situazione disperata di NON ritorno.
Questa volta, al contrario dei post precedenti, esagererò con i miei commenti. 
E questo perchè ritengo sia IMPORTANTISSIMO che i pochi lettori che arriveranno qui, comprendano che saranno loro, in primis, se capiranno questo passaggio, a fare la differenza ed a poter porre le basi del Nuovo Mondo.


E' l'alba, le primissime luci illuminano di sbieco un mio intorno fatto di neve. Neve al mare, neve sui limoni, grigio e tormenta, sibilo del vento.
Direi che lo scenario non poteva essere il migliore per questo post, che arriva a fagiolo, come diceva mia nonna..:-)



Sono le 6 del mattino, Fabio e Ruben si sono avventurati a piedi nella tormenta di neve per raggiungere la macchina lasciata dall'altra parte della collina, perchè oggi Ruben ha la sua prima gara di tiro con la carabina a La Spezia, ma la nostra stradina nel bosco è impraticabile con la macchina, causa neve e quindi..zaino in spalla, moonboot e via alla conquista del suo primo Vello d'Oro..


 prendo un caffè e torno...


Dunque si diceva...



Il secondo compito che con arroganza insultante (arroganza insultante= spettacolare definizione di quel lato del femminile che impersona un potere dannoso. Laddove lo vedete non esitate a distruggere perchè se prende piede fa terra bruciata ovunque) Afrodite impone a Psiche è quello di recarsi in un campo che si trova oltre il fiume e impossessarsi di una parte del vello d'oro degli arieti che in quel prato pascolano. Bisognerà che ri­torni prima di notte, altrimenti morirà.

A Psiche occorrerà molto coraggio (dovrà addirittura es­sere temeraria, si potrebbe dire, perché gli arieti sono sel­vaggi e feroci) per portare a termine questo compito peri­coloso.
Ancora una volta, la fanciulla si abbatte e pensa al suicidio.
Si dirige verso il fiume che la separa dagli arieti del sole con l'intenzione di gettarvisi. Ma proprio nel mo­mento critico, i giunchi che stanno sulla riva le parlano e la consigliano.


Importantissima figura "il giunco" come l'alga, sa adattarsi alla corrente, ma non perde MAI il suo collegamento con la terra. Farsi giunco è usare il logos, in primis sul proprio corpo per poi estenderlo ovunque nella propria vita. Attenzione a NON confondere questa plasticità con il compromesso!

I giunchi suggeriscono a Psiche di non avvicinarsi agli arieti durante il giorno, perché l'assalirebbero e la uccide­rebbero immediatamente.
Piuttosto, dovrà aspettare il tra­monto e raccogliere il vello che è rimasto attaccato ai pruni e ai rami bassi degli alberi di un boschetto nel quale spesso gli arieti vanno a pascolare. Potrà così appropriarsi di una quantità di vello d'oro sufficiente a soddisfare Afrodite sen­za che gli arieti se ne accorgano.
Psiche non dovrà dirigersi direttamente verso gli arieti e neppure dovrà cercare di prendere il vello a forza, perché gli animali sono pericolosi e aggressivi e potrebbero ucciderla.
È in questo modo che le donne vedono alcuni aspetti del maschile.
Ogni donna deve imparare a porsi coraggiosa­mente in rapporto con il mondo esterno, ma ogni donna sa istintivamente che il prendere troppo in una sola volta le sarà fatale e sa che anche il semplice avvicinarsi può es­sere pericoloso.


Questa "conoscenza innata" del lato femminile è andata persa, sia negli uomini che nelle donne. Il mito del "tutto subito" ha alimentato come una droga l'animo umano portandoci fuori dal ciclo della natura e dei suoi cicli. Ora come ora, siamo alieni alla terra.


Immaginiamo una donna molto femminile che sta iniziando la sua vita professionale e sa che deve farsi strada attraverso il mondo esterno.

Teme di venirne travol­ta, di soccombere.
Il solo fatto di recarsi in città e far ritor­no a casa le fa paura.
L'elemento arietino della società pa­triarcale, competitiva e impersonale in cui viviamo può de­personalizzare, colpire a morte.

Il panorama politico che abbiamo davanti è l'esempio di questo: nessuno reagisce...siamo colpiti a morte.


E necessario operare una distinzione tra gli arieti e il vello. Dovremo soffermarci bre­vemente sul mito della ricerca del vello d'oro per compren­dere meglio il compito di Psiche.

La ricerca del vello d'oro è un grande mito maschile del­l'antichità.

In esso, Giasone e i suoi compagni danno prova di coraggio, forza e virilità.

Dice Edith Hamilton: «Con Giasone partono gli uomini migliori della Grecia. Ognuno di loro porta in sé il desiderio di non essere lasciato indietro a nutrirsi di una vita senza rischi a fianco della madre, ma di bere insieme con i compagni, anche a costo di morire, l'im­pareggiabile elisir del valore».(vedi Parsifal 13)

Il famoso vello d'oro apparteneva a un ariete che aveva salvato due giovani, Ella e Frisso, dalla morte per mano del padre e della matrigna. L'ariete era accorso volando sul luogo del delitto all'ultimo momento, aveva raccolto il principe e la principessa e li aveva portati in volo. Sfor­tunatamente, la ragazza era caduta in mare ed era annegata. Il ragazzo, una volta al sicuro in un altro regno, aveva uc­ciso l'ariete quale sacrificio di ringraziamento. Frisso aveva quindi donato il vello d'oro al re di quella terra. Fu soltanto molto più tardi che, partendo dalla terra di Frisso, Giasone e gli altri eroi iniziarono la ricerca del vello.

Vediamo che l'ariete rappresenta una forza potente capa­ce di salvare una persona da una situazione in cui i genitori costituiscono una minaccia per la sua vita. Simbolizza una grande energia elementare, naturale, cui si può qualche volta ricorrere attraverso l'archetipo o che può erompere del tutto inaspettatamente nella personalità come com­plesso invasivo.

Si tratta di un potere spaventoso e numinoso. 


È la siepe in fiamme; è la vasta profondità dell'incon­scio che può 


spazzare via il fragile Io se questo non è colle­gato all'inconscio 


nel modo giusto.

L'uomo può qualche volta avere accesso alla forza arieti­na o può esserne sopraffatto, ma non deve identificarsi con essa. Non è un caso che, nel mito, la ragazza cada in mare e affoghi.
L'uomo in balìa del complesso arietino non è in rapporto con la propria femminilità interiore: si è perso nel mare, nell'inconscio.

Come dicevamo sopra, dopo che Frisso ebbe riguadagna­to terra, sacrificò devotamente l'ariete e ne conservò il vel­lo d'oro, simbolo del logos. 

Logos (in greco: λόγος) deriva dal greco λέγειν (léghein) che significa scegliere, raccontare, enumerare.[1] I termini latini corrispondenti (ratiooratio) si rifanno con il loro significato di calcolodiscorso al senso originario della parola. Successivamente la parola logos ha assunto nella lingua greca molteplici significati:«stima, apprezzamento; relazione, proporzione, misura; ragion d'essere, causa; spiegazione, frase, enunciato, definizione; argomento, ragionamento, ragione.»[

interessante è stato andare su google e mettere "logos immagini" e scoprire cosa ci propone ora come ora, la parola "logos". Clikkate  qui e vi farete un'idea di dove siamo ESATTAMENTE in questo momento storico, quando si parla di "scegliere, raccontare, enumerare, ragionamento"..



C'è un collegamento prossimo e organico tra il logos e il potere, lo stesso collegamento che c'è tra il vello e l'ariete. Il moderno uomo occidentale, gra­zie all'uso del proprio logos, della propria mente razionale e scientifica, ha trovato il modo di spillare le fonti del potere nell'universo. 
Ha così accumulato un terrificante potere su­gli altri uomini e sulla natura. Il moderno uomo tecnologi­co ha assunto una quantità di potere che è quasi divina e con essa rischia di distruggere il proprio mondo.




In che modo si può gestire questo spaventoso potere per volgerlo a vantaggio proprio e della natura? Il mito ce lo dice:


  • occorre sacrificare l'ariete e conservarne il vello, 
  • op­pure bisogna raccogliere soltanto quella parte di vello che gli arbusti hanno strappato e che non può provocare un'eruzione di follia arietina. 
  • O ancora, come suggerisce John R. R. Tolkien, moderno autore di miti, occorre resti­tuire alla terra l'anello del potere.
  • O infine, per usare una terminologia orientale, bisogna conservare l'equilibrio tra Yang e Yin, tra logos ed eros. 

Il mito di Psiche insegna che non si deve cercare di prendere o utilizzare quella par­te di vello che è ancora attaccata all'ariete; la conoscenza elementare legata al potere elementare può distruggere al­l'istante.
 Occorre che l'uomo moderno rinunci all'assunzione qua­si divina di un potere innaturale sul destino e sulla natura del mondo. Il logos ha indotto nell'uomo una fissazione di potere, un'identificazione inflazionata con l'ariete, ma egli non è un portatore adeguato di tale forza. 

Se ci si avvicina troppo a un archetipo, esso ci annulla; così, chi si identifica con l'ariete ne rimarrà distrutto.

John Sanford osserva che se un giovane assume droghe prima di avere sviluppato un Io abbastanza forte da sostene­re l'intensissima esperienza interiore che potrebbe derivar­ne, può uscirne annichilito.

Noi uomini e donne di oggi ci siamo impadroniti di un ariete di proporzioni immense che può rivoltarsi contro di noi e distruggerci. Non sarebbe tempo di rinunciare ai nudi giochi di potere e mantenere il logos in proporzione adeguata all'eros e al rapporto con gli altri e con la natura?

(v'informo che questo libro è stato scritto nel 1989, cioè 22 anni fa, quando sarebbe stata ancora possibile una marcia indietro, come molti noi "illuminati" ci siamo sgolati a dire...inutilmente! 
Ora non è più possibile una marcia indietro, come tutti potete ben vedere. 
Il Vello d'Oro, sottoforma di "benessere" ha distrutto, come una droga, l'Io dell'Umanità e l'ariete sacrificato siamo NOI)

Forse le indicazioni del mito riguardo a quanto vello e quanto logos non si riferiscono solamente alle donne, ma anche agli uomini.

Possiamo maneggiare il logos soltanto in quantità tale da non causare un'eruzione di potere che possa distruggerci personalmente o collettivamente.

C'è una differenza tra il modo maschile e quello femmi­nile di ottenere il vello; tra il modo di Frisso e il modo di Psiche.

Psiche non ha bisogno di uccidere l'ariete; deve evitare il contatto diretto con l'animale e raccogliere il vel­lo dai rami e dai cespugli.

 L'idea di dover raccogliere gli avanzi,appena ciò che del vello rimane sugli arbusti, può apparire intollerabile alla donna moderna.
ZOOOOOOOOOOOOOOM!!!  !!

Perché mai una donna dovrebbe possedere solamente una quantità mi­nima di questa qualità? Perché non può semplicemente in­chiodare l'ariete, prenderne il vello e andarsene trionfante come fa l'uomo? (questo è ciò che è successo..)


E qui apro una mia bio personale. A 16 anni fondai Italia Nostra giovani. L'allora proprietaria del Corriere della Sera, mi diede carta bianca, uffici, segretarie. A 18 anni ero pronta per conquistare il vello d'oro a Roma. Dissi di no.


A 20 anni mio padre volle a tutti i costi coinvolgermi nelle sue aziende, ci entrai solo in parte, feci il giunco e a 40 anni ne uscii. Niente vello.


Nel mentre filosofando, ebbi parecchie opportunità di velli varii ed importanti.


No, solo riccioli sparsi, se mi va.


Faccio la locandiera, 3 camere, nulla di più. Riccioli nel bosco.



Dalila soddisfa il proprio bisogno maschile proprio in questo modo. Il mito di Psiche ci insegna che la donna può ottenere quel tanto di mascolinità che le serve per rag­giungere i propri obiettivi senza ricorrere a un gioco di po­tere. La modalità cui Psiche si affida è molto più dolce. Se la donna vuole esercitare un po' di potere maschile, non ha bisogno di conquistarlo in un modo maschile.

Ci sono donne che necessitano di una porzione di potere maggiore di quella che indica il mito.
Ricordiamo le Amaz­zoni, che si recidevano il seno sinistro (il che significa ri­nunciare a una parte significativa della femminilità) in mo­do da poter tirar le frecce senza che il seno interferisse con la corda dell'arco. Più maschile può significare meno fem­minile, e questo è appunto il problema.

Ho l'impressione che la cultura occidentale abbia assunto da tempo un andamento scorretto e che lo spazio del fem­minile sia oggi in pericolo. Ecco perché questo mito è tanto importante: perché parla del modo corretto e del modo scorretto di funzionare della donna. Mostra che la donna può ottenere quanto le serve in termini di mascolinità in maniera femminile.

Il mito non dice affatto che la donna debba rinunciare al suo vello o alla sua coscienza focalizzata, la sua componente maschile. Dice piuttosto che proprio come l'uomo può es­sere solo ostacolato da un eccesso di qualità femminile, così alla donna occorre soltanto una parte del vello.

In verità, all'epoca in cui il mito di Psiche emerse, la sola idea che Psiche potesse possedere del vello, in quantità an­che ridottissima, era indubbiamente una novità. Fino a quel momento, la conquista del vello d'oro era stata una conquista maschile, una grande avventura maschile. Psi­che, per guadagnarsi un pochino di vello d'oro, dovette scoprire e utilizzare il proprio coraggio, il proprio valore, lo spirito di avventura e la forza. Questo compito era neces­sario perché le donne potessero evolversi oltre la fase fem­minile puramente istintiva e inconscia. Il fatto che le don­ne siano state spedite fuori a raccogliere il vello ha rappre­sentato un grande passaggio evolutivo per il genere umano.

E dobbiamo anche ricordare che un microcosmo è un macrocosmo. Un po' di logos è tutto il logos.

Viene in men­te la vicenda di Cristo, che camminava tra la folla urtato, spinto, toccato dai molti che gli stavano attorno. Pure, una donna, provvista del corretto atteggiamento, ebbe soltanto bisogno di sfiorare l'orlo del suo abito per essere guarita e resa intera.
Il mito ci dice che il femminile ha bisogno di ottenere solamente una porzione di vello (l'orlo, non l'intero abi­to) perché esso basti ai suoi scopi, per conquistare la tota­lità.

Quando parliamo della conquista del vello, o del maschi­le, da parte della donna, dobbiamo capire che non si tratta di sviluppare una quantità uguale di maschile e femminile in noi. Sono molte le donne che dicono di volere tanta coscienza focalizzata quanta ne posseggono gli uomini.

Bi­sogna essere donne con un maschile che sostiene o uomini con 


un femminile che sostiene.

Il maschile è la componen­te minoritaria nella donna. Le funzioni biologiche impon­gono limiti a tutti noi. La donna che comprende questo può entrare nel mondo del lavoro e servirsi della propria mascolinità oggettiva. Essa porta con sé, insieme con una coscienza focalizzata, la sua tranquillità, il suo contatto con la fonte, quella qualità che ricorda a coloro che la cir­condano il castello del Graal.

Se la donna ha un figlio adolescente, deve osservare un principio fondamentale: non cercare di sapere troppo e troppo presto; non rubare al figlio il suo mondo, non pren­dergli la spada.


Il mondo maschile del ragazzo è fragile e vulnerabile, specialmente se deve confrontarsi in maniera improvvisa e aggressiva con il lato maschile della madre.

Ha smesso di nevicare, il vento impazza tra i rami tutti bianchi, in casa c'è quiete, tutto tace ancora.
Gli ospiti al B&B, venuti per un weekend al mare, se ne andranno a piedi nella neve e sono sicura che non si dimenticheranno questi due giorni. Stufe a legna, chiacchere al caldo, focacce fumanti. Per colazione farò un pò di crepes calde, dolci e salate. La regia dovrà essere perfetta perchè solo così, resterà dentro di loro, indelebile, senza bisogno di foto e ricordi esterni.


Questo è il mio vello di ogni giorno: riccioli leggeri...


Ecco...ed ora..buona domenica di neve amici miei..:-)

martedì 25 gennaio 2011

mito di Parsifal 13 - A Ruben nel suo..13° compleanno...

Gli anni sterili




Dedico questo capitolo a mio figlio Ruben che proprio oggi compie 13 anni...proprio perchè questo che segue sarà il cammino che dovrà percorrere da ora.
Saranno anni stupendi e difficilissimi che lo porteranno a diventare una Vera persona Adulta, se saprà districarsi nel combattimento tra il suo Io, il suo Sè e il Mondo.
Ruben è speciale e ce la farà sicuramente.


Non a tutti è concesso, anzi, sono poche le persone che ci riescono. Confido che i giovani, ormai disillusi, possano essere più numerosi....


E voi? Ce l'avete fatta?
Fatevi un test..:-)


Parsifal ha lasciato il castello del Graal e ora deve guadagnarsi il diritto di farvi ritorno.

Partecipa a una lunga serie di avventure cavalleresche che, gradualmente, lo rinforzano tanto da metterlo in condizione di chiedere di entrare una seconda volta nel castello del Graal.

Incontra una donna piangente che tiene tra le braccia il corpo morto del suo amato.
Tra le lacrime, gli spiega che il suo amato cavaliere è stato ucciso da un altro cavaliere nel corso di una lite riguardante un qualche cosa che Parsifal ha combinato in una delle sue prime, ingenue, avventure. Parsifal deve assumersi la colpa di ciò.

Cosa significa "assumersi la COLPA"?
Noi siamo fuorviati dall'aspetto cattolico del concetto di "colpa", in verità colpa viene da cello=spingere. E' intuitivo che si ha colpa laddove una situazione viene "spinta" oltre a ciò che dovrebbe essere. Per conoscere i limiti ed i confini è ovvio che si debba "spingere", ovvero testare diremmo oggi.
Ed è quindi sano farlo per capire ed entrare nella conoscenza (3) e poi nella coscienza (4).

 La donna chiede a Parsifal da dove venga e quando lui glielo dice, gli ribatte che non ci sono abitazioni nel raggio di trenta miglia. Lui allora descrive nei dettagli la propria esperienza e lei esclama: «Oh! Ma sei stato nel castello del Graal!» Le donne spesso sono più informate degli uomini su queste esperienze. Quindi, lei lo rimprovera per non avere posto la domanda e guarito il Re Pescatore.
Anche questa è una sua colpa. E le colpe si accumulano.

 La donna chiede a Parsifal il suo nome. Benché noi abbiamo usato il nome del ragazzo, Parsifal, questo nome non appare nella versione originale che a questo punto: «Parsifal, lui esclama».
Fino a quando non si è stati nel castello del Graal non si ha un nome, perchè non si ha alcun senso della propria identità.
Parsifal si avvicina a una fanciulla in lacrime: anch'essa ha molto sofferto a causa di una qualche ingenua disgrazia provocata da Parsifal nei suoi primi viaggi.
Questa fanciulla informa Parsifal che la sua spada si spezzerà la prima volta che la userà e che potrà essere riparata solamente da colui che l'ha forgiata in origine. Una volta sistemata, non si romperà mai più.

Si tratta di un'ottima informazione per un giovane: gli arnesi maschili che egli si porta appresso, in gran parte imitazioni dei padri-maestri che gli stanno intorno, non reggeranno quando lui cercherà di usarli da sé. Tutti i giovani devono passare attraverso l'umiliazione di scoprire che la loro mascolinità imitativa non regge.
 E ancora di più: solamente il padre che ha consegnato la spada al ragazzo è in grado di ripararla. Questo significa che ciò che è stato dato da un padre può essere riparato soltanto da un padre.


Che significa questo? Pensateci..zoooooooooooom...

Un padrino, un mentore, rappresenta un alleato di grande valore in questo momento. E assai vantaggioso avere un padrino che ripari ciò che è stato trasmesso dal padre ma che non ha retto.

Parsifal vince molti cavalieri, li manda alla corte di Artù, libera numerose fanciulle, solleva città dagli assedi, uccide draghi: fa tutte le buone cose che un uomo deve fare nella parte mediana della propria vita.

 Questo è il processo culturale che fa funzionare il mondo civile. Noi sorridiamo di fronte alle storie di draghi, ci lasciamo incantare dai castelli, eppure soffriamo per queste cose ai nostri giorni in modo altrettanto diretto di quanto accadeva agli uomini medioevali.

Oggi li chiamiamo complessi, umori, capricci o invasioni dell'Ombra, ma io trovo il linguaggio antico almeno tanto descrittivo quanto lo è il nostro, o forse ancora di più.

La fama di Parsifal ha raggiunto la corte di Artù, e il re fa cercare questo grande eroe nella propria terra. Parsifal è il miglior cavaliere del mondo, proprio come aveva detto la fanciulla che non aveva riso per sette anni. Artù fa il voto di non dormire per due notti nello stesso letto fino a quando non avrà trovato questo eroe meraviglioso, questo fiore del suo regno.

Proprio in questo momento, Parsifal vive una curiosa esperienza. Mentre vaga nel suo viaggio cavalleresco, vede un falco che aggredisce tre oche in volo. Tre gocce di sangue cadono sulla neve accanto a Parsifal ed egli, a quella vista, scivola in uno stato di stupore amoroso. Paralizzato dalle tre gocce di sangue, non riesce a pensare ad altro che a Bianche Fleur.

Gli uomini di re Artù lo trovano in questo stato di fissità stuporosa e due di loro cercano di condurlo alla corte del re. Lui li combatte e spezza un braccio a uno di loro, a quello che aveva schermito la fanciulla che aveva riso alla corte di Artù. Parsifal aveva giurato di vendicarla per questo atto di disprezzo: il giuramento ora è mantenuto.
Galvano, un terzo cavaliere, chiede a Parsifal con gentilezza e umiltà se vuole seguirlo alla corte di Artù e Parsifal acconsente.

Un'altra versione della storia narra che il sole scioglie le gocce di sangue e ne cancella due, liberando così Parsifal dal suo stupore amoroso.
 Forse Parsifal sarebbe ancora in quello stato se il sole non avesse sciolto le gocce di sangue o se Galvano non lo avesse liberato.

Curioso simbolismo, quello di questa parte della storia. Quando i sogni o i miti danno tanta importanza ai numeri, è certo che parti molto profonde dell'inconscio collettivo sono all'opera. Ricordate l'enfasi posta sul quattro nel castello del Graal? In questo caso, a venir messo in evidenza è il numero tre.

Il quattro sembra essere il linguaggio che l'inconscio collettivo usa per indicare pace, totalità, completezza, tranquillità.

Il tre è il simbolo dell'urgenza, dell'incompiutezza, dell'inquietudine, della lotta, della conquista. Parsifal, essendo stato profondamente toccato dalla quater- nità del castello del Graal, deve ora vedersela con la trinità della vita qui-e-ora. I suoi amori, la ricerca cavalleresca, il suo posto alla corte di Artù (queste cose del qui-e-ora), lo reclamano. Nessuno può fare ritorno al castello del Graal fino a quando non ha compiuto il viaggio nelle dimensioni umane della vita.

È un momento scomodo quando la vita è dominata dal tre: esso deve essere ridotto a uno o elevato a quattro. 

Il tre, o il tipo di coscienza rappresentata dal tre, per la sua intensità e per la sua pulsionalità non può essere sostenuto a lungo. Se ci troviamo nel mezzo di un conflitto paralizzante, dobbiamo compiere lo sforzo per passare oltre e raggiungere un luogo illuminato di comprensione, la quaterni- tà, oppure dobbiamo ridurre la nostra coscienza a un livello che assicuri la semplice sopravvivenza.


C.G. Jung, negli ultimi anni della sua vita, passò molto tempo a lavorare sul simbolismo del tre e del quattro. Sentiva che l'umanità stava evolvendosi dallo stadio della coscienza rappresentato dal tre a quello rappresentato dal quattro. Nel 1948 e 1949 guardò con soddisfazione al nuovo dogma della chiesa cattolica che univa la Vergine Maria alla Trinità (composta soltanto da figure maschili) in paradiso. Sentiva che questo completava una fase precedente, incompleta, dello sviluppo, che aveva portato tanta agitazione e conflitto nel mondo occidentale. Il simbolo precede di molti anni il fatto, il che significa che la possibilità oggi ci è aperta, ma il lavoro non è ancora stato compiuto. Jung sentiva che il lavoro di una persona veramente moderna consiste nell'effettuare l'espansione di coscienza rappresentata dall'evoluzione dal tre al quattro, dalla coscienza concentrata sul fare, sul lavorare, raggiungere, progredire, a quella caratterizzata dalla pace, dalla tranquillità, dall'essere esistenziale.

 Il nucleo della questione sta nel fatto che il quattro può contenere il tre mentre il tre non può contenere il quattro. Una persona che abbia raggiunto l'alta coscienza del quattro è in grado di svolgere tutti i compiti pratici, concreti che la vita richiede senza tuttavia esserne schiava. Una persona che appartiene al mondo del tre non è in grado di apprezzare gli elementi associati al numero quattro.

Sembra, quindi, che stiamo vivendo in un'epoca in cui la coscienza dell'uomo sta avanzando da una visione trinitaria a una visione quaternaria. Questo è un modo possibile e non superficiale per valutare l'estremo caos in cui si trova ora il nostro mondo.

Molte persone moderne, che nulla coscientemente conoscono del simbolismo dei numeri, sognano situazioni in cui il tre diventa quattro. Questo indica che ci troviamo in un momento di evoluzione della coscienza dal concetto ordinato, tutto maschile della realtà (la visione trinitaria di Dio), a un concetto quaternario, che include il femminile e altri elementi che sono difficili da includere se si rimane attaccati ai vecchi valori.

Sembra che l'attuale scopo evolutivo sia quello di sostituire a un'immagine di perfezione un concetto di completezza e totalità. La perfezione evoca un qualche cosa di totalmente puro, privo di imperfezioni, punti oscuri o zone di incertezza. La totalità comprende l'oscurità ma la combina con gli elementi di luce in un tutto che è più reale e intero di qualsiasi ideale. Si tratta di un compito che incute timore, e la domanda che ci si pone è se il genere umano sia capace di questo sforzo e di questa crescita. Che siamo pronti o no, siamo comunque dentro questo processo.

L'anno di Maria è venuto e se ne è andato; è stato per lo più dimenticato e sembra aver esercitato ben pochi effetti immediati sulle nostre vite. Ma se guardiamo a questo evento straordinario nel modo corretto, esso eserciterà un effetto profondo sulla teologia e sulla vita di tutti i giorni.

Quando al quarto elemento vengono concessi onore e dignità, esso cessa di essere l'avversario; è soltanto quando escludiamo una verità psicologica che essa diventa negativa o distruttiva. Un elemento che mostra il suo lato malvagio ha soltanto bisogno di coscienza per trovare uno spazio utile nella nostra struttura.

Il maschio ha spesso considerato femminile la parte oscura di sé e, nel tentativo di spingerla fuori da sé, l'ha trasformata in strega.

(ora cosa sta accadendo con Berlusconi se non questo?)

 Gran parte dell'elemento rifiutato nel Medio Evo era femminile; questo diede luogo alla caccia alle streghe. Non si trattò di pochi episodi isolati cui è stata data una pubblicità immeritata; si stima che più di quattro milioni di donne siano state bruciate in Europa nel momento centrale della controriforma.

E un compito formidabile quello di incorporare nella nostra personalità quegli elementi che, fino a non molto tempo fa, erano visti come tanto foschi; integrare un elemento così oscuro è un'operazione pericolosa.

Quando si ha avuto paura del lupo e lo si è cacciato fuori, è difficile che si apra improvvisamente la porta e gli si dica: «Entra, adesso».

Ebbene, ora siamo nel 4 e chi è rimasto nel 3 avrà a che fare con i roghi da lui stesso accesi...


Come madre so, per certo, di aver generato persone che sapranno riconoscere e cavalcare il loro 4 per tutta la vita..:-)





mercoledì 19 gennaio 2011

mito di Psiche 12 - I 4 compiti - Primo Compito: SEPARARE

I 4 Compiti

Primo Compito: SEPARARE

siamo arrivati alla parte più importante del mito di Psiche.

I 4 compiti che andremo ad esaminare costituiscono il nucleo centrale della parte femminile di ognuno di noi. Vi consiglio quindi di calarvici in modo totale e sopratutto di portarli nella vostra vita in ogni istante, per una settimana. Ne pubblicherò uno a settimana in modo da usare le energie di Saturno 1 e 2 di questo mese (20 gennaio/20 febbraio) come potenziatrici a questo esercizio che v'invito MOLTO caldamente a fare.

Se sarete così furbi da prendervi questa responsabilità e portarla fino in fondo per un mese, arriverete allo sbocciare di Nettuno e della primavera, rinnovati di energia ma sopratutto pronti all'azione, e la fioritura di voi stessi nella vita sarà spettacolare e vi stupirà per tanta perfezione.

Perchè? Perchè il vostro cervello si abituerà a fare questo processo in modo automatico.

A cosa serve? Serve a prendere coscienza e creare un ordine, il vostro ordine all'interno dell'ordine della vita.

Come si fa?
Semplice. Per questa settimana "SEPARATE".

Non ci saranno miei commenti.




Afrodite mostra a Psiche un enorme mucchio di semi di molte specie diverse e le dice che li dovrà separare prima che scenda il buio, altrimenti pagherà con la morte.
Dopo di che se ne va elegantemente per partecipare a una festa di nozze. La povera Psiche rimane sola con il suo impossibile compito.
Così, torna a sedersi e aspetta.

Possiamo presumere che Eros, il suo Animus, che ora è ritornato nel mondo interiore e non la tiene più in uno stato di inconscia possessione, sia in grado di mediare per lei e di aiutarla a trovare la forza e la saggezza di cui ha bisogno per superare le sue prove.
Presumiamo che sia attraverso di lui che le formiche vengono a sapere del dilemma di Psiche e separano i semi al posto suo.
Quando scende il tramonto, l'operazione è terminata e Afrodite, ritornata per controllare la situazione, deve ammettere a malincuore che, per essere una creatura tanto priva di valore, Psiche si è comportata bene.
Che bel simbolo, questo mucchio di semi da separare! In molte delle questioni pratiche della vita, per esempio nella gestione della casa e della famiglia, il compito della donna è quello di assicurarsi che la forma (o l'ordine) prevalga.
Questo significa separare.
Qual è la casa dove non è risuonato il grido: «Mamma, dov'è l'altro calzino?»
L'uomo si rivolge alla donna per questo tipo di ordine familiare.
Lui ha faccende più importanti da sbrigare (per come lui le vede), deve occuparsi delle cose del mondo e tocca alla donna tenere in ordine la di lui vita casalinga.
Eppure l'uomo, tipicamente, non pensa alla donna come a un essere capace di separare, di discriminare, di ordinare.
Quando un uomo fa l'amore con una donna, le dà milioni di semi e lei deve sceglierne uno.
Questo, a un livello molto rudimentale, significa separare.
E lei che sceglie, in questo caso inconsciamente, quale di questi molti e molti semi sviluppare.
La natura produce in eccesso e la donna separa e sceglie.
In altri settori della vita, la donna è inondata dalle cose da separare.
Quando i rumori familiari si acquietano, la donna ha davanti una sbalorditiva gamma di possibilità.
Si tratta di una situazione difficile per la pura natura femminile, che Irene de Castillejo descrive come «consapevolezza diffusa», opposta alla natura maschile di coscienza focalizzata.
 La maggior parte delle culture cerca di risolvere la questione attraverso il costume e la legge, definendo ciò che la donna deve fare per sollevarla dalla necessità di separare.
Ma noi siamo persone libere e non disponiamo di queste salvaguardie, così la donna deve sapere come differenziare, come separare creativamente.
Per poterlo fare, deve trovare la sua natura di formica, quella qualità primitiva, ctonia, terrigna che la può aiutare.
 La formica non è di natura intellettuale; non ci dà regole da seguire.
La formica ha una qualità primitiva, istintiva, tranquilla; forse si tratta di un attributo maschile che però è legittimamente disponibile anche per le donne.
E vantaggioso per la donna assicurarsi una certa dimestichezza con questo attributo del separare i semi. Si può eseguire il proprio compito in modo, per così dire, geometrico, prima il più vicino o prima quello più prossimo al proprio valore di sentimento.
In questo modo primitivo, semplice, terrigno è possibile uscire dal punto morto in cui l'eccesso ci mette.
Forse questa capacità di separare i semi fa parte della mascolinità interiore della donna; è un eco di Eros.

Ma la donna deve ricordare questa legge fondamentale: che deve usare questa funzione fredda, secca, altamente discriminatoria che è il suo Animus quale collegamento tra l'Io cosciente e il mondo interiore, l'inconscio collettivo.


L'Animus (e l'Anima) appartengono prima di tutto ai paradisi e agli inferni del mondo interiore. Curiosamente, l'Animus e l'Anima sono in parte umani e in parte divini, in parte personali e in parte transpersonali.
Questa è la ragione per cui funzionano in modo eccellente da intermediari tra la personalità e l'inconscio collettivo.
Hanno un piede in ciascun mondo; danno il meglio di sé quali guide spirituali interiori mentre l'Io si aggira per il mondo.

Spesso deprezziamo l'Animus, ma questo è giustificato solamente quando viene usato nel modo sbagliato.
Quando appare all'esterno, di solito crea problemi, ma una chiave per la propria vita spirituale quando opera all'interno.
Costituisce il collegamento principale tra noi in quanto esseri individuali, e quella grande unità interiore, la divinità, l'inconscio collettivo, cui l'Animus appartiene veramente.
Penso che ai nostri giorni andiamo piuttosto male per quel che riguarda il separare i semi. La donna moderna, per esempio, si ribella verso questo compito di separare per conto di tutta la famiglia, ma si tratta di un requisito primario per il suo sviluppo. Mi affretto ad aggiungere che non dovrebbe separare le cose che non le appartengono.
Non a tutte le donne viene richiesto di separare troppe cose oggettive del mondo esterno.
Un tipo amazzone (per usare la definizione coniata da Tony Wolff nella sua descrizione dei quattro tipi di donna: madre, etera, mezzo e amazzone) o una donna d'affari possono separare nel modo sopra descritto perché hanno sviluppato al massimo la loro natura di formica e sono in grado di contare sulla loro componente maschile nel rapporto con il mondo esterno.
A tutt'oggi, non conosciamo un altro modo femminile di separare.
 Il femminile della donna, o l'Anima dell'uomo, deve separare l'afflusso di materiale che proviene dall'inconscio e metterlo in una relazione adeguata e ordinata con la coscienza. Questa è, secondo me, la grande funzione femminile, spesso sottovalutata dalla nostra cultura.
La componente maschile della personalità, nell'uomo e nella donna, tratta principalmente con il mondo esterno, mentre la componente femminile tratta prima di tutto con il mondo interiore.
Una bella immagine di coppia matrimoniale è quella in cui l'uomo e la donna stanno schiena contro schiena e lui guarda il mondo esterno, dove si sente più a suo agio, mentre lei guarda il mondo interno, dove si sente più a suo agio.
Ma non si tratta di una situazione statica; entrambi dovrebbero muoversi verso la totalità, che è la completezza della personalità di Giano, che guarda contemporaneamente il mondo interiore e quello esterno.
Idealmente, si potrebbero immaginare l'uomo e la donna come due cerchi che si sovrappongono. All'inizio del loro sviluppo psicologico la sovrapposizione è molto limitata; l'uomo tratta con la famiglia e la protegge a partire dal mondo esterno, mentre la donna tratta con la famiglia e la protegge a partire dal mondo interiore.
Gradualmente, via via che tanto l'uomo quanto la donna sviluppano in modo sufficiente la loro capacità di guardare in entrambe le direzioni, i cerchi si uniscono e la sovrapposizione diviene sempre maggiore.

Oggi accade spesso che entrambi i partner guardino al mondo esterno e nessuno sia consapevole del mondo interiore o inconscio.

La famiglia, a questo punto, è priva di salvaguardia. 

Vorrei sollecitare le donne ad assumersi il loro compito naturale e nobile di guardare e mediare il mondo interiore per se stesse, i loro mariti e le loro famiglie e per la società, aiutando gli altri a imparare a vedere da sé il proprio mondo interiore.
Separare per la famiglia l'afflusso delle emozioni, degli umori e degli archetipi è un'azione femminile e bella.


Buon lavoro amici miei.......vado a mettere in ordine il guardaroba..:-)

venerdì 14 gennaio 2011

mito di Parsifal 12 - solo per Amore e palati forti



.....come al solito che noto il sincronismo di questi post.
In questo caso è una risposta a me, ma l'universalità del mito, interesserà sicuramente tutti voi.
Tra l'altro si è sempre creduto che questo passaggio di vita interessasse solo il mondo maschile, ma questo non è affatto vero.
Mai come ora le donne non si staccano più dalle madri: e così' niente crescita......FATE MOLTA ATTENZIONE A QUESTO

Ricordate l'abito tutto d'un pezzo che la madre aveva filato in casa per Parsifal?

E' questa reminiscenza, conservata sotto l'armatura da cavaliere, che impedisce al ragazzo di apprez­zare il Graal quando lo vede.
Fino a che l'uomo rimane av­viluppato nel complesso materno non può apprezzare il Graal o, ancora peggio, non può formulare la domanda che guarirebbe la ferita del Re Pescatore.
E' un compito dif­ficile, per un giovane, liberarsi dell'abito tessuto dalla ma­dre.
Molti non riescono mai a spogliarsi del complesso ma­terno, che è ciò che il vestito fatto in casa simbolizza.
Per analizzare questa critica questione, dobbiamo fermarci a di­scutere la relazione dell'uomo con il femminile.

Sei sono le relazioni di base che l'uomo intrattiene con il mondo femminile.
Tutte e sei gli sono utili e ciascuna è dotata di una sua nobiltà; soltanto la contaminazione del­l'una con l'altra crea difficoltà, difficoltà che sono cruciali per il passaggio dell'uomo attraverso la vita.

Vi prego di leggere molto ATTENTAMENTE ciò che segue.
Vi consiglio vivamentissimamente di fare un copia/incolla e portarvelo sempre dietro per un pò...un foglietto, sul cellulare..dove volete: fatelo.
Ciò che segue è l'arcano svelato delle diatribe dell'umanità tutta.
Da questo arcano si dipana la forza e l'armonia, da questo arcano s'innesca ogni male del mondo...


A voi, ora, la vostra scelta...fate il vostro gioco..

Questi sei ele­menti femminili nell'uomo sono:
    La madre umana.

Si tratta della donna reale (REALE!!!!) che gli è stata madre, con tutte le sue idiosincrasie, caratteristi­che individuali e con la sua unicità.

    Il complesso materno.
Questo risiede interamente den­tro l'uomo. Si tratta del suo desiderio regressivo di ri­tornare a essere bambino, allo stato di dipendenza dal­la madre. E il desiderio dell'uomo di lasciar perdere, il suo disfattismo, la fascinazione sotterranea che gli inci­denti o la morte esercitano su di lui, la sua richiesta che gli altri si occupino di lui. Tutto questo è puro veleno nella psicologia dell'uomo. (immaginate cosa può succedere ad una donna?)

    L'archetipo materno.

Se il complesso materno è puro veleno, l'archetipo materno è oro puro, è la metà fem­minile di Dio, la cornucopia dell'universo, la madre natura, la generosità che si riversa liberamente su di noi.
Non potremmo vivere neppure un minuto senza la generosità dell'archetipo materno, al quale ci possia­mo sempre affidare, che ci nutre e ci sostiene.


   La fanciulla.

Si tratta della componente femminile nel­la struttura psichica di ogni uomo ed è la compagna interiore o l'ispiratrice della sua vita. È Bianche Fleur, è la Dulcinea di Don Chisciotte, la Beatrice di Dante.
È lei che conferisce senso e colore alla vita, la parte psicologica che Jung ha chiamato 'Anima', cioè colei che anima e porta la vita.


    La moglie o la compagna.

Si tratta della donna in carne e ossa che condivide il viaggio esistenziale dell'uomo, la sua compagna umana.

   Sophia.


Si tratta della Dea della Saggezza, la metà fem­minile di Dio, la Shekinah del misticismo ebraico. E sconvolgente per l'uomo scoprire che la Saggezza è femminile, ma tutte le mitologie sottolineano questo fatto.
Tutte queste qualità femminili sono utili all'uomo, persi­no il complesso materno, che è la qualità più difficile.
Nel capolavoro goethiano, Faust deve affidarsi al complesso materno perché lo porti nel luogo delle madri per la sua redenzione finale.

E' soltanto la mescolanza o la contamina­zione di un aspetto con un altro a provocare un malessere profondo. 

Il genere umano ha una tremenda propensione per combinare questi pasticci. Esaminiamo alcune di que­ste contaminazioni e osserviamo la distruzione che ne con­segue.

Se un uomo contamina la propria madre umana con il proprio complesso materno, colpevolizzerà la sua vera ma­dre per la qualità regressiva che pervade il complesso mater­no e vedrà, quindi, la madre come una strega che tenta di sconfiggerlo.
È piuttosto comune che un giovane colpevo­lizzi la madre, o il sostituto materno, per il proprio comples­so materno regressivo.

Se l'uomo contamina l'immagine della propria madre in­teriore con l'archetipo materno, si aspetterà che la madre reale incarni per lui la dea della protezione, un ruolo che soltanto l'archetipo può sostenere.
L'uomo porrà richieste ridicolmente eccessive all'aspetto materno del mondo e si aspetterà che il mondo gli dia di che vivere, preferibilmen­te senza sforzo da parte sua.


Se l'uomo contamina la propria Anima, o fanciulla inte­riore, con la sua immagine interiore della madre, si aspette­rà che la sua donna interiore gli faccia da madre.

Una contaminazione assai comune consiste nella sovrap­posizione di madre e moglie. L'uomo che cade in questa confusione si aspetterà che la moglie gli faccia da madre invece che da compagna di vita. Chiederà alla moglie di soddisfare per lui le proprie aspettative materne.

Poiché Sophia non è forte nella vita di ogni uomo, que­sta componente non è sempre presente. Se l'uomo confon­de la madre e Sophia, doterà la propria madre di una sag­gezza divina che nessun essere umano può sostenere: «La mamma sa tutto»... e l'archetipo di Sophia forma una com­binazione sbagliata.

Lascio le altre combinazioni o contaminazioni alle vostre indagini: sono tutte negative. Non è il femminile a essere negativo, ma la contaminazione dei livelli di coscienza.

NO COMMENT


Per ritornare a Parsifal e al perché del suo fallimento al castello del Graal, possiamo concludere che fu il fatto di non togliersi di dosso il vestito filato dalla madre, il com­plesso materno, a costargli la forza e la chiarezza necessarie a formulare la domanda che Gournamond gli aveva inse­gnato.

Nessun uomo può porsi in relazione con il Graal su base permanente se il suo complesso materno si interpo­ne tra lui e la sua forza maschile originaria.

Ci vorranno vent'anni di arduo errabondaggio per il mondo perché Par­sifal possa spogliarsi dell'abito fatto in casa in modo da po­ter essere quel maschio forte in grado di reggere la bellezza del Graal, il sommo simbolo dell'archetipo materno.

Fino a quando un uomo rimane coperto dall'abito fatto dalla ma­dre, può condividere il Graal soltanto in occasionali incon­tri fortuiti e non può risanare la ferita del Re Pescatore.

Gli anni che Parsifal spende nelle sue esperienze avventurose lo spingono tutti verso l'abbandono di quell'abito fatto in casa: a metà della vita, c'è ancora una possibilità di stabili­re un contatto con il castello del Graal.
Il Graal è sempre vicino e disponibile in qualsiasi momento, ma i 16 e i 45 anni, che segnano momenti di cambia­mento, sembrano i due passaggi nella vita dell'uomo in cui esso è più facile da trovare.
(vi riconoscete?)

La processione miracolosa avanza in ogni notte della vita nel castello del Graal, ma è soltanto in momenti particolari della vita (e quindi sol­tanto quando l'uomo è pronto) che l'uomo ha facile acces­so allo splendore del castello del Graal.

In teoria, un uomo dovrebbe poter rimanere nel castello del Graal subito la prima volta.
I monaci benedettini, nel­l'Europa medioevale, esercitavano questa possibilità nella pratica monastica: prendevano i bambini alla nascita, li allevavano nel castello del Graal e non li lasciavano mai uscire, in senso psicologico.
Non erano mai soggetti alle pressioni del mondo, al corteggiamento, al matrimo­nio o a qualsiasi struttura di possesso o di potere in senso mondano.
Non ho mai conosciuto nessuno che fosse re­duce da una simile esperienza e nemmeno penso che essa sia possibile per una persona di oggi.
Può essere che una strada di questo tipo sia praticabile per una mentalità me­dioevale o per una persona che, oggi, abbia un carattere del genere.

In India, vi è una setta monastica che prova ad assicurare il castello del Graal in un altro modo.
I ragazzi vengono tenuti nella reclusione monastica dalla nascita fino all'età di sedici anni, età in cui vengono fatti sposare e, quindi, sono ricondotti alla vita monastica dopo la nascita del pri­mo figlio.
In questo modo, il tempo che intercorre tra i due castelli del Graal è di un anno soltanto invece dei trent'anni che di solito separano i due incontri, a sedici e a quaran­tacinque anni.
Anche questa possibilità può essere pratica­bile per personalità molto semplici, di tipo medioevale, ma non da noi (e, inoltre, ci si chiede che ne è della moglie e del figlio!) e io mi chiedo..non è che queste pratiche sostituiscano invece la funzione materna e diventano esse stesse materne a vita?

Se l'esperienza del castello del Graal è molto forte, può quasi invalidare un ragazzo.
Quei giovani che vagabonda­no senza un apparente obiettivo o motivo sono spesso gio­vani semiaccecati dall'esperienza del castello del Graal.

Molti uomini trovano l'esperienza dei castelli del Graal così dolorosa, così incomprensibile da rimuoverla imme­diatamente e dire: «Non ricordo».
Ma non riusciamo a li­berarci dell'esperienza, come del resto non riusciamo a libe­rarci di tutto ciò che rimuoviamo nell'inconscio: la ritro­viamo ovunque, dietro ogni albero, girato ogni angolo, alle spalle di ogni persona che incontriamo.
La fame di un 'qualche cosa', l'irrequietezza del sabato sera, lo stridore dei pneumatici dietro l'angolo sono tutti echi della fame, non così lontana, del castello del Graal.

La ricerca adotta molti linguaggi per presentarsi.

Tanti dei comportamenti da galletto dei giovani non so­no che un tentativo di distogliersi dall'esperienza del ca­stello del Graal.
Gli fa tanto male che non la possono sop­portare e cercano di convincersi di essere dei veri duri per sfuggire al dolore.
Molta pubblicità gioca su questa fame.
Non ho idea di quanto consapevolmente i pubblicitari lo facciano, ma di certo hanno un inquietante modo di far affiorare questa fa­me in noi: si può vendere a un uomo praticamente qualsiasi cosa se, indirettamente, la si chiama Graal.

Anche l'eccitazione e il richiamo delle droghe derivano principalmente dal modo magico in cui sanno riproporre il ritorno all'estasi del castello del Graal.
Le droghe induco­no un'esperienza estatica e conducono in un mondo di vi­sioni, ma lo fanno nel modo sbagliato ed esigono un prezzo tremendo.
Il modo giusto non richiede necessariamente un tempo lungo o una strada lunga; ma non ci sono scorcia­toie. 
Se si bara durante il processo, il ponte levatoio può richiudersi al momento sbagliato e intrappolare nella paz­zia o in una sofferenza infernale.

Quando pensiamo che qualche cosa o qualcuno sazierà la fame del Graal che sentiamo dentro, nessun prezzo ci sem­brerà troppo alto.
Molte delle motivazioni della tarda ado­lescenza (la temerarietà, la velocità sfrenata sull'autostrada, le droghe) derivano dalla fame del Graal.

Se il giovane cerca di sfuggire alla ricerca del Graal, in uno dei molti modi possibili, si troverà ben presto ad essere un vecchietto capriccioso.

Una volta chiesi a un amico come stesse. Molto onesta­mente, rispose: «Beh, Robert, mi stanno venendo un sacco di manie».

Il Graal è molto lontano in un momento simile.

Le esperienze che la donna fa del Graal sono molto diver­se da quelle dell'uomo.
 Lei non lascia (lasciava!) mai il castello del Graal e mantiene un senso di bellezza, di connessione, un sentirsi a casa nell'universo che l'uomo non possiede.

L'uomo crea a partire dalla propria irrequietezza; la donna crea perché sa quello che è sempre stato.

Parsifal deve par­tire per una serie quasi infinita di avventure cavalleresche; Bianche Fleur se ne rimane nel suo castello.

Albert Einstein, da vecchio, disse: «Quella stessa solitu­dine che da giovane mi faceva tanto soffrire, adesso mi ri­scalda»: aveva restaurato il castello del Graal e aveva impa­rato a farlo in una vita eroica di cavaliere moderno.

Molti uomini cercano di delegare a una donna reale il compito di saziare la loro fame del Graal.
Questo significa chiedere a una donna di assumersi un ruolo che non può assolutamente incarnare (chi mai può essere un archetipo vivente?) e non vedere il miracolo che essa è di per sé.

L'attuale fascinazione esercitata dalle religioni orientali rappresenta una ricerca diretta del Graal.
Gli orientali non si sono mai spezzati in due come abbiamo fatto noi oc­cidentali e non hanno mai diviso il mondo sacro da quello profano nel modo tragico in cui lo abbiamo fatto noi.
Nes­sun orientale tradizionale perde mai la strada del castello del Graal. I maestri asiatici ci guardano e dicono: «Che co­sa sono mai questa grande fretta e questa grande fame che ci sono in voi?» Qualcuno ha parlato di noi come di «quei rapaci uccelli ariani».

 Un popolo alle prese con una ricerca così urgente è senz'altro formidabile.

Il ponte levatoio ci fornisce una chiave per capire la na­tura del castello del Graal: esso non esiste nella realtà fisica.
È una realtà interiore, è visione, poesia, esperienza mistica e non può essere reperito in alcun luogo esterno.
Cercarlo all'esterno significa esaurirsi e sollecitare lo scoraggiamen­to.

Pure, la nostra devozione verso le cose esterne come unica realtà è tanto forte che molti di noi devono passare attraverso un'esplorazione o un dramma esterno per ali­mentare la ricerca interiore.

Persino questo è sospetto, per­ché il Graal è sempre immediatamente disponibile e lo si ottiene più facilmente spogliandolo dell'isolamento che lo circonda che non compiendo azioni creative.

Un proverbio medioevale cristiano dice: «Cercare Dio è insultare Dio».

 Questo sottintende che Dio è sempre pre­sente e che cercarlo costituisce un rifiuto di questo fatto.
Un mio amico chirurgo usa dire: «Non aggiustare quello che non è rotto».
Ed è solo un'estensione di ciò il dire: «Non cercare quello che è a portata di mano».
Ma noi sia­mo occidentali e dobbiamo cercare per imparare che non vi è ricerca.

C'è una storia cinese che illustra bene questo concetto. Un pesce udì degli uomini che, sul molo, parlavano di una sostanza miracolosa chiamata acqua.
Il pesce ne rima­se così affascinato che riunì i suoi amici pesci e annunciò solennemente che sarebbe partito alla ricerca di questa ma­teria miracolosa. I pesci celebrarono una cerimonia adegua­ta e lo mandarono per la sua strada. Passò molto tempo ed essi lo consideravano ormai disperso nel suo viaggio peri­glioso quando lo videro nuotare verso casa, invecchiato, stanco, logoro. Si affrettarono verso di lui, lo salutarono e gli chiesero pressanti: «L'hai trovata? L'hai trovata?» «Sì,» rispose il vecchio pesce, «ma voi non credereste a ciò che ho trovato.» Detto questo, il vecchio pesce si allon­tanò nuotando lentamente.
C'è un'analogia molto istruttiva tra il viaggio di Parsifal e il  viaggio di Cristo.
 Le due storie si assomigliano per molti aspetti, con l'importante differenza che l'uomo molto sag­gio, Cristo, compie la ricerca nel modo giusto.

Ma dovette anch'egli passare attraverso tutte le fasi, senza saltarne alcu­na.
Quando Cristo, all'età di dodici anni, si recò al tempio e rimproverò i genitori, questo fu il suo primo castello del Graal.

Egli toccò qualcosa di molto profondo: la propria forza, il proprio essere uomo. Questo contatto non lo ferì, perché comprese.
In seguito, dovette fare ritorno al castel­lo del Graal una seconda volta per prendervi residenza per­manente.
Fece tutto questo in modo molto saggio, lascian­doci un prototipo da seguire.
Io amo il mito del Graal del dodicesimo secolo perché ci offre una descrizione più terre­na e umana del nostro cammino.
Riconosco maggiormente Parsifal che non il martire in me stesso.

Afrodite=acqua 

Coscienza dell'acqua=Psiche

mercoledì 5 gennaio 2011

mito di Psiche 11 - La Sofferenza di Psiche - mai più "contro"


Soffrire= sub-ferre: portare "sotto"
Mai più"contro"

A partire da qui e per i prossimi capitoli, analizzeremo la sofferenza, a cosa serve, come usarla, come uscirne non solo vincitori ma sopratutto nella forza e nella potenza di noi stessi.
L'energia che ci circonda in questo momento, ci aiuterà molto in questo lavoro: W!


Rappel: donna=parte femminile - uomo=parte maschile



Dopo aver visto Eros volare via, la prima reazione di Psi­che, devastata dal dolore, è quella di buttarsi nel fiume.

Ad ogni passaggio difficile, Psiche pensa di uccidersi.
E que­sto non sta forse a indicare una sorta di autosacrificio, il sacrificio di un livello di coscienza per un altro?

La mag­gior parte della gente prova repulsione di fronte a questo fatto, che pure è fondamentale. (zoooooom!)

Se riusciamo a ritrovarne il significato archetipico, possiamo trarne giovamento.

Quando una donna viene toccata da un'esperienza archeti­pica, crolla.

L'uomo perde contatto con il suo castello del Graal e qualche volta occorrono molti anni perché lo recu­peri.

Ma la donna non abbandona il suo castello del Graal, almeno non per molto tempo, ed è proprio attraverso il crollo che recupera velocemente il contatto archetipico.

Può trattarsi di un momento non felice, ma è un momento che ripristina i contatti interiori e rende disponibile una qualità positiva cui la donna può fare ricorso.


E sbalorditivo per l'uomo scoprire il grado di controllo che la donna ha sui propri sentimenti, una capacità che è sconosciuta alla gran parte degli uomini.

La donna può entrare nel castello del Graal quasi a piacimento; può fare riferimento a un parametro femminile ogni volta che lo vuole.
E questo è molto bello.

(chiariamoci moooolto bene: il parametro di cui si parla è la vita/morte/vita, laddove Afrodite e Psiche lavorano bene insieme..)

Per l'uomo è molto più dif­ficile fare qualcosa di analogo.

La donna deve comunque perseguire i propri compiti, però può usufruire dell'aiuto di quella qualità altamente introversa, volta verso l'inter­no, che è il modo femminile, di Psiche, di rispondere al tocco divino che esperisce.

Psiche si siede e attende una soluzione.
L'uomo deve estrarre il coltello (la spada, la pistola), cavalcare il suo nuovo cavallo (la bicicletta, l'automobile), uscire e porta­re a termine qualche cosa.

 Il modo femminile, che sia della donna o dell'Anima, è quello di aspettare fino a che qual­che cosa dal di dentro fornisca strumenti, modalità e corag­gio (forza dal e del cuore).

Un'antica storia cinese illustra questo principio femmini­le, spesso non compreso dal mondo occidentale. Una gran­de carestia incombeva su un villaggio; il raccolto sarebbe andato perduto se la pioggia non fosse caduta al più pre­sto. Venne allora convocato un famoso procacciatore di pioggia, al quale venne detto di chiedere qualunque cosa gli servisse per portare la pioggia vitale.
 Egli esplorò il vil­laggio e quindi chiese una capanna e una fornitura di cibo e acqua che durasse per cinque giorni. Questo fu presto fatto, e gli abitanti del villaggio cominciarono ad aspettare. Al quarto giorno, incominciò a piovere. La gente, piena di gioia e gratitudine, si recò alla capanna del procacciatore di pioggia recando doni per ringraziarlo per aver salvato il villaggio. Il procacciatore di pioggia spiegò di non avere ancora dato inizio alle cerimonie per procurare la pioggia. Quando aveva visitato il villaggio si era sentito disorienta­to, e aveva avuto bisogno di tempo per rimettersi in contat­to con se stesso. Ed era cominciato a piovere senza che ci fosse bisogno d'altro.

Sta in questo mettersi in contatto con sé, in questo 'rimettersi a posto', la grande arte femmi­nile, che si manifesti nella donna o nella parte femminile dell'uomo. È chiaro che non mi riferisco qui tanto a uomi­ni e donne reali quanto a maschile e femminile. È sempre l'assoluta immobilità che consente al femminile di 'rimet­tersi a posto'.

(pensiamo ai tempi di oggi...è possibile questa immobilità?..e se ci siamo creati un mondo dove ciò non è possibile, quale sarà il motivo?..)






La donna, o il principio femminile, sembra dover sempre ritornare a un centro interiore molto fermo ogni volta che qualche cosa le accade; e questo è un atto creativo.

Deve ritornarvi, ma non deve affogarvi. E' ricettiva, non passiva.


Ricordo una donna molto saggia che conoscevo un tem­po la quale, ogni volta che le sciorinavo le mie sventure, diceva: «Aspetta». Per me era tremendo. Il mio cavallo sta­va già scalciando con impazienza.

Non volevo sentirmi dire di aspettare ma era giusto farlo, giusto quando il problema in questione riguardava la sfera del femminile.
Durante la seconda guerra mondiale, mentre lavoravo per la Croce Rossa statunitense, entrai nell'ufficio della donna che ricopriva la carica di supervisore ed espressi tut­ta la mia eccitazione dicendo: «E successo questo ed è suc­cesso quello ed è successo quest'altro ancora; che cosa dob­biamo fare?» Lei mi guardò e disse tranquillamente: «Va' a fare colazione».

Lei sapeva.

(quanto tempo vi dedicate per restare immobili? Certo, ora come ora, per poter restare immobili bisogna combattere contro il mondo che non vuole la nostra immobilità. Perchè non la vuole? Che paure porta a galla la nostra immobilità?)

Il sacrificio (rendere sacro) sta nella qualità femminile di ritornare all'im­mobilità.

La tradizione cristiana ne tiene conto quando di­ce: «Ti offriamo e presentiamo noi stessi [...] in sacrificio vivente».

Psiche compie il sacrificio. Si reca al fiume decisa ad ar­rendersi, forse per motivi sbagliati, ma con gli istinti giusti.

Pan, il dio dai piedi caprini con Eco in grembo, siede presso il fiume. Vede che Psiche sta per gettarsi e la dissua­de dal farlo.

Leggevo sempre questo episodio con un sorriso e poi proseguivo, ma nel mito non si ha il diritto di sorvo­lare su alcunché.
Perché è proprio Pan a salvare Psiche da un genere di immobilità sbagliato?

La parola 'panico' deriva da Pan.

Si tratta di quel senti­mento di essere fuori di sé, di quella qualità selvaggia, di quello stato di quasi follia che gli antichi tenevano in gran­de conto e di cui noi ci rammarichiamo amaramente quan­do lo proviamo.

Questo è il fattore che aiuta Psiche.


(cominciate a capire i danni che arreca l'attuale situazione in cui viviamo? Ci PROIBISCE il panico e così facendo non ci permette di arrivare alla coscienza! !!!!!!!!!!!!!! Quando vedo una persona soffrire veramente, quando vedo una persona depressa..io gioisco perchè so che gli/le si apre una possibilità. Resto ed osservo: la prenderà?)

Que­sto mito è pieno di piccoli consigli e osservazioni sul che cosa fare quando ci si sente bloccati o sopraffatti.

Il consi­glio del momento è quello di andare da Pan (pan=tutto) , il dio dal piede caprino.


 E' questo dio, che appare così strano alla mentalità moderna, che può ricollegarci con la terra e con l'istinto nel modo giusto, non in modo suicida.


Lo scoppiare in lacrime della donna è una reazione pani­ca. Qualche volta, nei momenti di crisi, si tratta di una rea­zione buona e necessaria.

Se il marito è uno di quelli che non riescono a sopportare di veder piangere una donna, lei dovrà semplicemente piangere davanti a lui in ogni ca­so. Pan ha qualcosa da dirle, e forse anche qualcosa da dire a lui, in momenti come questi.

Pan dice a Psiche di pregare il dio dell'amore, il quale capisce le persone che l'amore infiamma. Qui c'è una sim­patica ironia: dover andare da quello stesso dio che ci ha ferito per chiedere sollievo. Ma si tratta di un buon consi­glio. (OTTIMISSSSSIMO!!!)

Essendo il dio dell'amore, Eros è il dio della relazione. Credo che possiamo dire che quando una donna è in diffi­coltà deve rivolgersi a Eros, al rapporto, e mantenervisi lea­le.
Deve prendere Eros come principio guida per seguire una via coerente con la relazione.


(e qui bisogna aprire un grande capitolo importante: laddove non esista una propria morale che metta l'amore incondizionato al primo posto, il viaggio che stiamo compiendo sarà vano e molto pericoloso, perchè rafforzerà Afrodite e infetterà ancor più le ferite del Re Pescatore)

Psiche prega, ma si reca all'altare di diverse dee anziché a quello di Eros e viene rifiutata una volta dopo l'altra. Ogni dea teme Afrodite e nessuna è disposta ad attirarsi la sua ira per aiutare Psiche.

(vogliamo aprire un grande discorso sul femminile nefasto? no, non lo apro..apritevelo voi..io sonbo in un momento della mia vita dove detesto il basso femminile più del solito..che era già moltissimo..)





Nel mito del Graal, a questo punto Parsifal ha sconfitto il Cavaliere Rosso e combatte eroiche battaglie con tutta la sua energia.
Psiche peregrina pregando da un altare all'al­tro. Si tratta dello stesso lavoro dell'uomo: un lavoro nobi­le in entrambi i casi, ma svolto in maniera differente.

Psiche deve continuare a soffrire fino a che il suo cammi­no diventa chiaro.
Fritz Kunkel ha scritto che nessuno ha il diritto di spingere un altro prematuramente fuori dalla sua sofferenza.

Psiche deve percorrere la sua strada.

Se ci si tro­va lungo il cammino della sofferenza o in uno spiazzo arido, qualche volta bisogna semplicemente rimanere a secco per un po', ma se si comprende la struttura d'insieme della pro­pria sofferenza, un occasionale spiazzo arido non è così spa­ventoso né così devastante.

Molte donne della Bibbia hanno dovuto soffrire. Cristo sulla croce soffre a modo suo, e le donne ai piedi della eroce soffrono a modo loro.

Finalmente, Psiche capisce che deve recarsi da Afrodite, perché è lei che detiene la chiave di tutte le sue difficoltà. E lo fa.

Afrodite le parla in maniera amara e tirannica.
Riduce Psiche a una nullità. Le dice che non è buona a nulla se non a fare la sguattera, e che se mai c'è per lei un posto nel mondo, il che è dubbio, è ai livelli più infimi della sca­la, allo svolgimento dei compiti più umili, che Afrodite provvede ad assegnarle.

Ecco che Psiche che riceve il pri­mo dei famosi quattro compiti quale condizione per la sua liberazione.


Molte e molte volte devo ricorrere all'Afrodite che c'è in me, sia per me che per gli altri. 
E ogni volta mi stupisce la forza del suo essere, la potenza dei suoi compiti, la perfezione del suo ardire.


Ogni volta, quando la persona le permette di farsi domare da lei, si assiste ad una magia ineguagliabile...


Vedremo prossimamente come....