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martedì 31 marzo 2015

Racconto pioniere

Questo è solo un racconto e lo scrivo per me e basta. Mi serve per fermare su una linea conseguente questi ultimi otto anni e quindi crearmi un punto visibile di realtà vissuta.
Se poi, finito di farlo, lo pubblicherò su FB o Twitter sarà per mettere a disposizione questa sequenza a chi potrà usarla. Punto
Chi si riconoscerà in questo racconto perfavore se lo tenga per se. Grazie

Dunque tutto parte a dicembre, ultimo seminario che ho tenuto. Quel giorno ero strana, mi faceva molto male un dente, avevo l'utero dolorante ed in subbuglio, mestruazioni forti. Capivo che il non erano normali disturbi, che dentro di me stava per scoppiare la rivoluzione.
Ricordo benissimo ogni momento di quei due giorni. Avevo 49 anni ancora per un paio di mesi e la netta sensazione che a 50 tutto sarebbe cambiato. Non sapevo assolutamente perché, ma sapevo che sarebbe sicuramente successo.
Le persone del seminario mi sembravano normali, forse dispiaciute che finisse forse felici di liberarsi di questo gioco al massacro che li aveva visti mettersi a nudo, gli uni con gli altri, creando una sorta di capestro di relazioni, una galera, uno scompartimento di treno rimasto bloccato nella neve. Liberi finalmente ma dispiaciuti.
Io li osservavo amarmi ed odiarmi, pienamente consapevole che non c'era altra via che questa ma altrettanto certa che dopo anni e anni di seminari, era finita l'epoca, almeno per me.
Certo il mondo li stava scoprendo, stava arrivando il boom dei seminari tuttologici, ma era roba per altri, non per me.
Io sono una pioniera. La massa non m'interessa. Non perché non mi piaccia, ma perché se un fenomeno diventa massivo semplifica, riduce, porta alle linee primarie, mi obbliga a retrocedere, e molto. E io faccio per me, seguo il mio istinto, navigo a vista, non voglio insegnare voglio imparare. Se poi sulla mia strada qualcuno si affianca, ben venga, ma io indietro non ci torno.
Sono una stronza, e mi piace ciò che sono.
Ripeto: una pioniera.
Ma allora non lo sapevo.

Comunque li osservavo più del solito, registravo sguardi e atteggiamenti e mani contorcersi e bocche parlare, ridere, smorfiare, annuire, negare e silenzi imposti e modalità del corpo e antipatie e simpatie e saturazioni. Io ero contenta che finisse, scontenta di me. 
Sarebbe servito a qualcosa impiegare tutti questi anni a trovare sistemi per trasmettere ciò che io avevo capito? Ora so che credevo di aver capito ma non avevo capito un cazzo, al massimo lo avevo percepito ed avevo studiato tantissimo per trovare conferme certe a queste mie intuizioni. Ora so che capire è ben altro, ma allora non lo sapevo.
Faccio salva la mia buonafede senza trascurare però che la voglia di avere una corte era sicuramente stato nel corso di tanti anni molto piacevole e gratificante. Ma il punto di stop era arrivato.

Però mi dispiaceva se alcuni di loro potessero considerare questa fine uno strappo troppo forte e così offrii a chi volesse di venire ad aiutarmi in giardino. Alcuni lo fecero ma durarono poco. Un conto è giocare un conto è lavorare sul serio. Nel giro di un paio di mesi restarono in due, poi uno.

Questo uno si piazzò qui tutti i weekend anche a dormire, divenne parte della famiglia, presenza un po' out, non imparava un tubo, ripeteva errori di continuo, ma rappresentava uno zio un po strano, un po tonto, un po boh. 
Ci è rimasto per sei anni per poi sparire di colpo appena sono stata male. Delete.

Allora, la mia vita cambia aspetto anche perché il figlio piccolo fa l'homeschooling per un anno, poi c'è la scoperta della dislessia, i miei studi ed il mio tempo vengono molto assorbiti da questo, unitamente alle mie infinite telefonate con un mio amico e poi con una mia amica. Punto focale, la mia amica.
Io non ho mai avuto amicizie femminili perché proprio non riesco a capirle, unica eccezione una mia amica dal liceo ma non fa testo, perché è decisamente un'amicizia maschile la nostra, nulla a che vedere con le amicizie femminili.
Dunque dicevo, questa amica diventa sempre più presente e viene spesso qui anche se abita in città .
Scrive libri (che non capisce diciamoci la verità ma se gli altri invece si è li comprano, va bene ) ma vuole cambiare vita (poi scopro che invece vorrá solo cambiare posto dove giocare alle signore)  e scopre che la campagna, di cui non conosce assolutamente nulla, potrebbe essere un'ottima alternativa. Io non so ancora ora il perché , magari lo scopro scrivendone, mi ci affeziono ed entro un'altra volta nel ruolo del mentore, ma questa volta il gioco si fa serio perché non sono più seminari dove porto fuori ciò che decido, ma apro la mia casa e  la mia vita, in totale trasparenza in tutto.
Risultato: totale saccheggio ovviamente con conseguente abbandono dopo aver preso altre idee da applicare e da rivendere come proprie. Ovviamente a vederlo da ora era tutto chiaro fin dall'inizio, ma la mia stupidità e dabbenaggine unita a sentirmi coccolata ed ad avere finalmente un'amica come tutte mi aveva totalmente offuscato, anche se in molti me lo dicevano. Scema io.
Una pura berlusconata, tanto per capirmi e io da mentore presunto quale credevo di essere mi scopro una ragazzina ingenua ancora schiava dell'abbandono materno.
Porca vacca si ricomincia daccapo. 
Menomale che ero illuminata!
I figli grandi si sposano nel frattempo, mi riempiono la vita di cose da fare e da pensare e tanta gioia e fiori e nuove vite alla svolta e nipotino e case e Roma, e alberghiero per il piccolo e cresce e tanto turbinio e vortice di passioni ed emozioni intense.
Poi un giorno ricado sulla terra nella mia vita. Esco dalla vita altrui, di tutti, tutto d'un colpo. Mia madre ottantatreenne mette in scena un tentato suicidio. La notte a vederla in coma passa al tritacarne la mia vita e la sua, scopro di amarla e detestarla con tutta me stessa. Ma sopratutto scopro che ho passato l'intera vita a non occuparmi di me perché sono stata allevata appositamente per occuparmi degli altri. Plasmata da subito.
Di colpo la verità e la realtà mentre sto seduta in una sedia accanto al letto di colei che ora intubata non può più esprimersi. E sono tanto tanto stanca e tanto tanto sola. Non sola da lei o dagli altri, sola da me stessa.
Certo c'è il mio compagno sempre vicino, ci sono i figli ma non dipende da loro la mia solitudine sono io che non comunico più. Chiusura ermetica non dormo più , il tempo perde consequenzialità ed approfitto della mia gamba azzoppata per fermarmi. Fino alla totale immobilità sulla chaise-longue per un anno. Due metri quadri, un iPad ed il telecomando della TV diventano il mio unico spazio.
Trasportata da altri anche per andare in bagno.
Mi curano ma nessuno vuole farmi curare .
A vederlo ora sembra un film dell'orrore.
Certo, io nel mio delirio mi rifiutavo di andare a farmi vedere,ma era chiaro che fossi fuori di testa.
Non mi spiego perché tra tutti, compagno, figli, qualche sparuto amico rimasto che raramente si faceva vedere, una pseudo sorella, insomma nessuno mi abbia preso di peso e portato in un ospedale . Forse un domani lo capirò . Forse, chissà .
Tutta la famiglia mi accudiva magnificamente ma da malata terminale.
Forse essere stata così ingombrante tutta Ia vita cominciava ad avere effetti? Forse avere di me un bel ricordo piuttosto che avermi in carne ed ossa sarebbe stato più semplice? Può darsi, non lo so. Comunque nessuno si mosse in modo decisivo. 
Finché un mio amico medico che non mi vedeva da un anno, capì attraverso vari racconti ricuciti che forse le cose non stavano affatto bene, venne qui, mi vide praticamente morente mi organizzò di corsa visite e analisi e con la diagnosi di metastasi ossee e pochi mesi di vita finalmente finì un incubo.
Si, finì.
Cominciò per me una nuova sfida da pioniera, dura, faticosissima, ma nuova.
La novità era che ora correvo per me stessa e io venivo prima di tutti. Era finito l'abbandono, sparito. Avevo finalmente diritto di vivere. Mi sono battezzata da sola a 57 anni.
Ora la sfida era tra me, il mio corpo ed il mio cervello atrofizzato come il corpo.
 Pronti via, ora si gioca di nuovo ed il gioco è serio, serio solo come i miei parti, serio perché gioco finalmente solo per me
Io, il mio corpo, il mio cervello e io. Mi dó licenza di vivere.


La sfida non è il cancro, anzi lui mi è alleato e andiamo insieme a rimettere a posto tutto.
Ecco ora sono di nuovo io, pioniera.
Grazie cancro, sei stato e sarai sempre il mio grande amico , altro che lotta contro il cancro... lotta contro quella parte, grande parte di me che mi voleva morta.
Deinde, ego te absolvo a peccatis tuis in nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.
Evvai!!!

lunedì 24 marzo 2014

Angy e il sasso - bozza

Angy e il sasso - bozza

                                                              Fino a tre mesi fa

Mi chiamo Angy, Anna Giuseppina in omaggio ad entrambe le nonne, ho 38 anni, statura media, corporatura rotonda, capelli lunghini ma con taglio alla moda, carattere mite, mani bellissime che curo molto.
Amo molto i colori ma non ho mai avuto il coraggio di cominciare un corso di pittura perché mi potrei vergognare troppo a mostrare davanti a tutti i miei scarabocchi.
Forse ora potrei.
Praticamente sono trasparente al mondo. Ero.
Sono una trentottenne laureata in lettere moderne, già fidanzata tre volte, Filippo, Giovanni e Leopoldo. Attualmente sono single e vivevo con mia madre fino a tre mesi fa.
Abitiamo nel centro di Milano in una casa di ringhiera molto bella e spaziosa. Mio padre comprò le prime tre stanze centrali quando si sposarono e poi fu abile nell'acquistare gli appartamentini adiacenti man mano che venivano messi in vendita, fino ad arrivare ad avere questo bell'appartamento di centoventi metri quadri che per due è davvero molto. Tra l'altro, col passare degli anni le case di ringhiera sono diventate molto di moda tra i milanesi ricchi e quindi le vecchie arrugginite ringhiere sono terrazzi tutti fioriti, nel cortile c'è un giardino magnifico, ci sono due ascensori e nel piccolo capannone dove lavorava il biciclettaio ora vive un locale molto moderno, vegano, con tisaneria e d'estate suonano anche musica country americana dal vivo. Basta stare sulla sdraio del terrazzo con il gatto in grembo per ascoltarla e sognare di riuscire a suonarla .
Lavoravo in un ufficio di avvocato la mattina e come babysitter al pomeriggio. La domenica aiutavo gli anziani come volontaria organizzando tombole e giochi. Il sabato libero per dormire di più, fare shopping ed la sera uscire con le amiche.
Mediamente cattolica, benpensante per pigrizia, amavo tutto ciò che non mi faceva fare fatica. Abitudinaria e sedentaria.
Il babbo è morto da tre anni e la figura maschile è rappresentata da mio fratello Edoardo, 35 anni, ingegnere, sposato con una ragazza moldava che lavora in banca e con una bimba meravigliosa, Giada, di due anni.

Di molto altro non c'è da raccontare, ho due amiche del cuore con cui uscivo a cena e andavo al cinema, Rosy e Susy, e un gatto Gatto, raccattato nell'androne da cucciolo in una sera di temporale. Si chiama Gatto perché mia madre non lo voleva e quindi c'impose di non dargli il nome. Ovviamente il gatto è rimasto ma ormai risponde solo a Gatto anche se a me sarebbe tanto piaciuto Fuffy.
Dormiva sul mio letto e russava, ora penso dorma sul letto di mia madre.
Mi metterò in cerca di un gatto, ora che vivo sola, e lo chiamerò Fuffy. Magari anche due.
Mia madre, Tina, maestra elementare in pensione, è una persona media come me, unico vezzo i capelli rossiccio-menopausa e una collana vistosa di lapislazzuli che le regalò mio padre in un impeto di strano ritorno di fiamma verso i 45 anni. Ho sempre pensato fosse il contraccolpo di una scappatella ma non lo dissi mai, nè posso averne certezza.
È una brava donna un po' noiosa che ripete all'infinito il suo essere stata maestra in ogni gesto. Forse una nasce maestra e poi esercita come inevitabile conseguenza.
Ah, dimenticavo, negli ultimi 3 anni siamo diventate vegetariane e questo ci fa sentire molto orgogliose di appartenere ad una minoranza intellettuale oltre a riempirci il tempo cercando e provando sempre ricette nuove. Mio fratello dice che siamo fissate e pretende che diamo la carne a Giada quando ce la lascia, inutili sono stati tutti i nostri tentativi di convertirlo. Peccato.
Insomma ero una zitella in piena regola, con tanto di calze per andare a dormire.

Lo studio in cui lavoravo è composto da quattro avvocati, due anziani e i loro figli. Civilisti, si occupano quasi esclusivamente di casi finanziari. Il mio lavoro era di pura segreteria e solo quattro ore la mattina. Era piacevole, confortevole, ripetitivo e rassicurante. Inoltre avevo un ottimo rapporto con tutti perché ero li fin dai miei vent'anni e mi sentivo quasi una figlia anche io. Avevo il mio ufficio e potevo anche tenere il bollitore e le tisane. 
È proprio nell'ufficio che ho incontrato Leo, il mio ultimo fidanzato. Avvocato anche lui è stato subito un incontro chimico il nostro.
Perché non c'è da pensare che io abbia ritrosia con il sesso, anzi, credo proprio di esserci portata, molto portata.
Con Leo, dicevo, è stata subito chimica e dopo neanche una settimana da quando ci eravamo conosciuti eravamo già in un motel, pieni di passione. Il motel divenne un po' la nostra casa per quattro anni. Mi passava a prendere all'una, quando uscivo dall'ufficio e finivamo sempre a letto. Ci vedevamo raramente la sera e mai i weekend perché lui giocava a calcio la domenica e stava con la mamma e gli amici il sabato.
Solo dopo quattro anni mi accorsi che il calcio, la mamma e gli amici erano in realtà una moglie e due figli. Fui obbligata a piantarlo, più per una questione di principio che per stizza, ma nel tempo quelle abbuffate di sesso mi mancarono , almeno fino a tre mesi fa.

                                            Tre mesi fa

Era un venerdì e non ero tornata a mangiare a casa perché nella pausa pranzo ero stata dal parrucchiere. C'era un nuovo taglio tutto dritto che volevo provare per farmi bella per il sabato sera, visto che saremmo uscite , io, Susy e Rosy con tre amici del fratello di Susy.
Finito il parrucchiere ero andata subito a prendere all'asilo i bimbi a cui facevo da babysitter, che furono molto entusiasti del mio nuovo taglio e anche delle sfumature chiare sulle punte.
Quindi quando arrivai a casa erano ormai le sei e trovai mia madre seduta in cucina con una lettera in mano e la faccia un po' stranita, tanto da preoccuparmi.
Non aspettai che mi raccontasse, visto la sua propensione ad esagerare nel prendere le cose alla larga, quindi le tolsi la lettera dalle mani per leggere direttamente.
Riporto quanto c'era scritto:

" Gentili Signori Anna Giuseppina e Edoardo Signoretti,
chi vi scrive è l'avvocato testamentario della fu Signora Rosa Signoretti.
In quanto unici eredi della Suddetta, siete invitati a mettervi in contatto con me, il più urgentemente possibile, per prendere atto delle disposizioni della Medesima.
Troverete ogni riferimento in calce a questa lettera.
Nell'attesa della Vostra venuta a Montevideo, porgo i miei ossequiosi saluti,

Avvocato Juan Pedro Cattores"

Il primo istinto fu di cominciare a ridere, ridere, ridere. Chi diavolo era Rosa Signoretti? E Montevideo non è in Venezuela ? 
Mi arrivava l'immagine della carta del mondo con un Montevideo che vagava in tutto il sud America ma con un nome molto affascinante. No, di preciso non avrei saputo posizionarlo. Mi sentii ignorantissima.
Pensare a Montevideo  da un tavolo di cucina nel centro di Milano con mia madre che mi guardava con lo sguardo ebete mi sembrava fantascienza.
Ma chi era Rosa Signoretti? " Mamma chi è Rosa Signoretti?" " Non ne ho la più pallida idea".

Se non lo sapeva lei a chi potevo chiederlo, non ne avevo idea. I parenti di mio padre mi risultava fossero tutti morti e lui era figlio unico.
Chiamai mio fratello e gli lessi la lettera, pensando che anche lui ci avrebbe fatto una risata. Sbagliavo. La sua reazione fu invece che si trattasse sicuramente di una truffa da parte di qualcuno che voleva estorcerci dei soldi. Ne era così convinto che voleva andare subito al commissariato.
Non mi pareva un'ipotesi plausibile anche se, con tutta onestà, non avrei potuto escluderla.
Decidemmo di prenderci il weekend per ragionarci sopra e lunedì mattina avrei chiesto consiglio in ufficio agli avvocati. Magari potevano sapere se esistesse davvero un avvocato Juan Pedro Cattores.
Questa lettera ci aveva spezzato il tempo.
Mia madre vagava per casa, persa in un mare di pensieri che non rivelava, con il viso un po’ cupo.
Io invece ero pervasa da un’ilarità diffusa, un po’ come un nuovo amore. Canticchiavo e mi muovevo leggera.
Mio fratello faceva uscire i mille fantasmi del male, dando corpo a mille supposizioni, tutte nefaste.

A ognuno le sue reazioni rispetto al proprio carattere.

Il sabato sera sono riuscita a non parlare di questa cosa, complice anche il fatto che non eravamo solo noi tre amiche. Ripensandoci ora credo che si stesse già facendo strada in me, un desiderio di vivere quest'avventura da sola e non avevo molta voglia di condividerla neanche con loro, mie compagne di vita da sempre. Quella sera, a letto, mi crogiolavo in questa favola appena iniziata e anche solo i commenti di mia madre e di mio fratello mi disturbavano. Paradossalmente vivevo questa situazione come se la protagonista fossi io e gli altri semplici comparse. Anche mio fratello, erede esattamente come me, così diffidente, ai miei occhi, si allontanava dalla magia che io sentivo farsi realtà. Ricordo che sognai castelli e principesse in paesi esotici.

La mattina della domenica, mentre prendevo il caffè in cucina , mia madre se ne uscì dicendo che forse aveva individuato chi potesse essere Rosa Signoretti. Mi raccontò che il nonno, padre di mio padre, sposò la nonna che era già vedovo con due figli. Il figlio era morto con la mamma nell'incidente che lo aveva portato alla vedovanza, invece la figlia maggiore non aveva accettato il nuovo matrimonio ed era rimasta presso una zia. Proco dopo il matrimonio del padre era partita come missionaria laica in una missione gesuita. Mia madre non sapeva dove fosse questa missione, però era la prima notizia plausibile di questa vicenda.
Rosa Signoretti missionaria laica a Montevideo. Ci sta, ci sta molto bene. Niente figli e noi soli eredi. Ma eredi di cosa se questa faceva la missionaria ? Una capanna di paglia?
Da una parte era un indizio, dall'altra crollavano tutti i miei castelli e principesse esotiche. Ci vedevo più favelas e fango, povertà e stracci. 

Il lunedì mattina, armata di lettera dell'avvocato arrivai in ufficio sperando di poter trovare le prove dell'esistenza dello studio a Montevideo.
I primi ad arrivare in ufficio furono gli avvocati padri che si dimostrarono decisamente divertiti della faccenda e si misero subito alla ricerca di questo studio, presi dal gioco come adolescenti.
Dopo un'ora il più anziano, che ormai veniva in studio quasi solo per allenarsi a golf con il simulatore e scappare da una moglie ingombrante, arrivò trionfante. Lo studio, uno dei più noti di Montevideo, con sede in viale 18 de Julio, zona molto centrale, contava su un pull di 15 avvocati e tre decani, di cui uno era proprio il nostro caro Juan Pedro Cattores. Era uno studio civilista che si occupava di personalità, gente di spettacolo , politici.
E missionarie laiche a quanto pare.
Trovammo l'indirizzo email e l'avvocato scrisse personalmente al Cattores, chiedendo ulteriori informazioni riguardo alla lettera.
Non stavo nella pelle per poter conoscere come stessero davvero le cose ma di una cosa ero certa: ero pronta a partire anche subito. Ora c'era da convincere il parentame, e non mi sembrava una cosa così facile.
Era uno scherzetto che poteva costare minimo seicento massimo milleduecento euro, senza contare albergo e ristorante e sopratto sicurezza personale. Infatti Montevideo è una città molto importante dell'Uruguay a quanto potevo vedere su internet e senza delinquenza. Per due come mia madre e mio fratello sarebbe stata comunque dura accettare che una donna sola affrontasse tutti i pericoli che le loro menti potevano partorire. Edoardo sarebbe potuto venire, mia madre no perché ha paura di volare.
Mi aspettavano giorni combattenti, me lo sentivo. Ma non avrei mollato.

La sera a tavola, dissi a mia madre che aspettavo la risposta ma che ero comunque decisa a partire. Avevo viaggiato poco nella mia vita e sempre in Europa. Anche l'Erasmus lo avevo fatto vicino a Stoccolma e non potevo fammi sfuggire un'occasione simile.
Su internet mi ero studiata in lungo e largo l'Uruguay e mi piaceva l'idea di questa città piena di vita, storia e colori. Affascinata dal presidente Muijca, il mio idolo. Era già esotico così anche se avessi ereditato solo una spilla o un letto di paglia.

Arrivata in ufficio trovai subito la mail di Cattores che scriveva:

"Gentili Avvocati,
è un onore poter corrispondere con Voi.
Sarebbe buona cosa che gli eredi Signoretti venissero prima possibile ad un incontro presso il mio studio, qui a Montevideo, per prendere atto delle disposizioni testamentarie che li riguardano. Sempre secondo le disposizioni tutte le spese relative al viaggio sono a nostro carico e sarà nostra premura prenotare il volo quando ci comunicherete il calendario della partenza.
Sarà utile prevedere un tempo di permanenza qui in Uruguay di almeno 20 giorni per tutte le pratiche burocratiche.
Sarà utile portare tutte le carte che dimostrino l'identità e l'atto di nascita (indispensabile in Uruguay).
Nel caso non sia possibile la venuta di entrambi gli eredi, sarà indispensabile che colui che sarà assente, firmi una delega a favore dell'altro erede, limitatamente alla presa della visione testamentaria. Questa delega deve essere in due copie e mi deve essere consegnata di persona.

Resto in attesa di Vostre notizie.

Avv.J.P.Cattores"
Ero senza parole. Allora era vero davvero, accidenti. Anche il viaggio spesato, ma in che razza di situazione mi stavo trovando?
Telefonai subito a mio fratello, ma non mi rispose. Chiamai mia madre, idem. Dovevo parlare con qualcuno prima di scoppiare.
Massì dai, era venuto il momento. Chiamai Rosy che tanto non lavora e le raccontai tutto d'un fiato l'intera faccenda. 
Rosy è la più logorroica di noi tre e spesso la tacciamo a forza, ma questa volta fu lei spontaneamente a restare in silenzio, tanto che credevo fosse caduta la linea.
Dire che era rimasta scioccata non rende l'idea. In realtà non riusciva a fare altro che borbottare "incredibile, non ci posso credere, pazzesco, folle, meraviglioso".
Le dico che ho deciso di partire il lunedì prossimo sola o con mio fratello, perché non resisto a vivere con questa curiosità.

All'una finalmente mio fratello mi risponde, lo aggiorno e lo sento, questa volta, davvero stupito.
Decidiamo di vederci a cena da me così ne parliamo anche con la mamma. Non riuscivo a capire se fosse più contento o più spaventato. Ho sempre pensato che gl'ingegneri non siano ne carne ne pesce, mezzi bambini e mezzi uomini, sempre in bilico nel cadere nella parte opposta. Ora mio fratello mi sembrava un bimbo spaventato che voleva farsi vedere adulto e responsabile.

A cena l'aria era abbastanza elettrica. Io elettrizzata, mia madre atterrita, mio fratello elettrico.
Disse sin da subito che lui non poteva venire perché stava seguendo un progetto che era alle fasi finali e non gli sarebbe stato possibile assentar si per più di un paio di giorni.
Mia madre, aereo fobica da sempre continuava a ripetere che sarebbe venuta volentieri ma aveva davvero paura di sentirsi male. Entrambi mi guardavano come se l'unica loro alternativa fosse affidarsi a questa stupida ragazzina di dodici anni, io.
Ci volle ben poco per passare dalla conversazione pacata alla litigata dove io rivendicavo il mio diritto di essere adulta e loro ribadivano la loro convinzione che non lo fossi. Vecchia eterna storia. Essere sempre un po' precaria, non essermi sposata, avere l'aria perennemente sognante non mi aiutava a sostenere la mia tesi.
Alla fine liquidai la faccenda con un " tanto io parto lunedì" con relativo sbattimento della porta di camera mia.

La mattina seguente comunicai al l'avvocato Cattores il volo e aspettai la sua risposta.
Nel frattempo mi congratulai con me stessa per la lungimiranza di qualche anno prima che mi aveva fatto prendere, con i punti dell Coop, un set da viaggio completo: valigia grande, piccola, media, sacca e beautycase.
Ora era venuto il loro momento.

Poi organizzai il lavoro. Visto che Rosy era disoccupata me la portai in ufficio tre giorni e le insegnai il lavoro di segreteria in modo che potesse si sostituirmi e le feci conosce i bimbi da cui facevo la babysitter così da rimpiazzarmi anche li. Mi sentivo di colpo donna manager e decisi, per consacrare l'evento, di farmi tagliare i capelli come Miranda, Marlyn Streep, in "il diavolo veste Prada".
Ero pronta.




lunedì 27 gennaio 2014

Filosofia del Futuro nella Scelta 1

Filosofia del Futuro nella Scelta

Premessa

Immaginare il futuro, sopratutto in questo momento storico, dove tutto si avvita su se stesso è come chiamarsi fuori da un gorgo con la sola forza delle gambe.
Ma io ci provo .
Cosa vedo oggi come futuro nei prossimi 20/30 anni?
L'Europa ha da sempre svolto un ruolo centrale per tutta l'umanità precedendo i ritmi e le situazioni . Anche questa volta accadrà questo, senza smentite, anche se ora vogliono farci credere che l'America si è portata avanti. Non credeteci.
L'America in questo momento sa vivendo la coda del ritorno al passato ma durerà molto poco.
Passato questo momento euforico comincerà un avvitamento-svuotamento neanche troppo lento.
Rincorrere la crescita intesa come abbondanza crea dei vuoti incolmabili che nessuno più sarà in grado di riempire.

Saremo noi, obbligati dai pochi salari e dalla crisi galoppante che dovremo inventarci una crescita diversa.
La crescita dell'Essere Umano e non più della materia che peraltro è abbondante ovunque è per tutti.
Tra l'altro questo processo porterà inevitabilmente alla decadenza del capitalismo in quanto inutile.
Sarà un percorso obbligato,sarà mistico e doloroso, passeremo dall'abbondanza al necessario (specificherò poi molto bene cosa s'intenda per necessario)
Non obbligatoriamente sará una privazione a meno di non restare con la testa nel passato.

L'abbondanza

Noi siamo nati nell'abbondanza, figli e nipoti del mito della privazione.
Prima degli anni '50 c'erano tanti poveri e pochi ricchi.
I ricchi vivevano nell'esagerazione ed i poveri nella privazione.
Era sempre stato così, era sempre stato accettato per millenni.
Poi di colpo non lo fu più. Strana cosa vero?
In 50 anni tutto viene rivoluzionato dalla scuola al sociale ai salari e ora questo ci appare come normale e non accettiamo di tornare indietro.
In effetti sarebbe assurdo "tornare indietro" su modelli che sappiamo perdenti ed è per questo che la decrescita felice non ha alcun senso.
Ma ha senso lavorare sul concetto di economia.
Vogliamo continuare nell'abbondanza a tutti i costi, esagerare nell'avere con l'illusione di poter scegliere, cosa che non è.
L'abbondanza ci ha travolto e siamo disposti a tutto pur di continuare ad avere, accumulare, collezionare. Esasperati. Sommersi.
Vogliamo parlare dei nostri armadi? Delle scarpe? Dello shopping ormai diventato sinonimo di passeggiata?

In effetti anche in natura c'è l'abbondanza ma, a differenza degli umani, resta a disposizione di tutti.
Questo crea opportunità per tutti e non crea accumulo per nessuno.
Per l'abbondanza accomunata crea morte se non usata, crea peso, crea problemi.
Partiamo da qui: l'abbondanza crea molti problemi.
Vi lascio il tempo per pensarci.

Poi andremo avanti.

martedì 28 maggio 2013

1a) La Fila

C'era un santo che viveva in un eremo su una montagna.

Benchè isolato, non era proprio un eremo, perchè insieme a lui abitavano alcuni monaci.
Anche prima che tutto il mondo cominciasse a cercarlo, raramente il santo era solo.

Quando si seppe della sua esistenza la gente prese a recarsi da lui nei mesi estivi, quando l'eremo era accessibile; dapprima poche persone, poi sempre di più finchè vi fu una lunga fila indiana che s'inerpicava per il sentiero della montagna: decine, centinaia e poi migliaia di persone, alcune delle quali all'arrivo della neve erano costrette a tornare indietro senza aver raggiunto la porta.

Non vi erano locande ed i pellegrini dovevano essere preparati a dormire all'addiaccio, ma non era troppo disagevole perchè il clima era mite e secco.
Il panorama era stupendo e lungo il sentiero crescevano fiori selvatici.
Di notte splendevano le stelle.
Comunque bisognava essere abbastanza forti per trasportare l'attrezzatura da campeggio e il cibo, quindi chi era debole non tentava di andare dal santo che, in ogni caso, non era un guaritore.

Durante le poche ore al giorno in cui il monaco riceveva la fila avanzava adagio, ma continuamente. Anzi, chi si trovava tra i primi e poteva vedere, restava stupefatto da quante persone egli riuscisse a ricevere pur facendole entrare una alla volta.

Ogni tanto i pellegrini dovevano spostarsi per lasciar passare uno dei compagni del santo che, di ritorno dalla città dieci miglia più a valle, saliva rapido e agile per il sentiero portando le provviste.

Uomini o donne, questi monaci erano facilmente riconoscibili dalla veste color del grano.

I pellegrini in fila non vedevano ai quelli che se ne andavano; questi uscivano dalla porta posteriore e scendevano dalla montagna per un sentiero diverso, perchè quello che saliva, chiamato Sentiero dell'Eremo, era troppo stretto per essere a doppio senso.

(continua)


giovedì 21 febbraio 2013

Siamo gl'ILLOGICI, ricordiamolo



Rieccoci qui, carissimi....volevo strarmene zitta zitta aspettando quatta quatta che il non evidente si manifestasse in tutta la sua forza, ma le vostre sollecitazioni continue mi hanno fatto decidere di fare il punto della situazione.

L'Europa si trova ora a dover esercitare senza poter più procrastinare, la sua funzione di "punto della croce".

Come molti di voi che mi seguono da tanti anni sanno, è noto come le forze yin/yang della terra, abbiano nell'Europa la loro linea di centro che deve mantenere l'equilibrio.

Lo Yang (tutte le Americhe) preme per uno status quo, lo Yin (l'Oriente) preme per il predominio.

Di fatto, entrambi stanno, cosa davvero molto unica nella storia del mondo, andando nella stessa direzione di forza, una forza maschile a tutto tondo ed in questo modo possiamo dire che le Americhe hanno abiurato alla loro funzione e quindi risultano il lato più debole.
Agire una forza non tua ti fa avere molta paura.
La Cina e l'India stanno prendendo il sopravvento in tutto.

Noi come Italia facciamo, ancora una volta l'ago della bilancia. 
Il fatto che la Chiesa Cattolica sia a Roma non è un caso.
Il fatto che il Papa si sia dimesso, non è un caso.
Il fatto che tutto il Mondo stia guardando le nostre elezioni con eccessiva apprensione, la dice molto lunga sulla nostra funzione ed importanza.

Ora, guardiamo bene tutta la responsabilità che ci portiamo sulle spalle, perchè saremo noi che faremo la differenza di ciò che accadrà nel Mondo nei prossimi mesi e anni.

A pensarci mi si accappona la pelle......se attivo la logica. DISPERAZIONE

Allora usiamo altre parti, guardiamo dall'alto, attiviamo il sentire.

In questo Mondo di logica, noi italiani siamo gl'Illogici per definizione.

Di fronte a sciacquetti visti e rivisti (Bersani, Ingroia, Giannetti vari, Meloni, Monti, ecc)...sembra proprio (notizie ovunque di oggi) che il match sarà Grillo vs Berlusca.

Stupirci? Non credo. Siamo gl'Illogici, ricordiamolo.

Ormai alle strette con i tempi che si avvicinano (mancano 3 giorni) si delineano i giochi e si vede chiaro che l'Itagliano Vero  la democrazia se la fa da sè nelle piazze (anche televisive) e crede molto di più ad attori ed imbonitori che a presunti esperti.

In effetti se la logica ci ha portati fino a questo punto, fuoco alla fantasia e che la pancia ed il cuore ci assistano....ne vedremo delle bellissime!

Osiamo, incrociamo le dita, tiriamo fuori tutti gli amuleti che abbiano nascosto nei cassetti e ricominciamo a creare il mondo: ha bisogno di noi ;-)

elisa





martedì 13 dicembre 2011

sì, non ho paura


Nulla di meglio della nuova canzone della Mannoia, per cominciare questa chiaccherata sulla follia in cui crediamo di essere caduti...


Sì, io non ho paura.
Profeta da una vita, nell'amore che mi scorre dentro, ho avuto 4 anni di blackout e non sentivo più nulla, non sapevo più nulla. Il mio corpo, da sempre mia grande antenna era muto e non mi diceva più cosa sarebbe successo della vita, non solo della mia, ma della vita in generale.


Ottusa. Non avevo paura ma ero ottusa.


E quindi studiavo, m'informavo, cercavo di capire, mi ammazzavo di lavoro. Poi ho rinunciato a capire. Mi sono detta che non era alla mia portata e che potevo solo registrare le informazioni.


Fino a ieri, anzi fino a domenica. Poi il quadro si è dipinto davanti ai miei occhi e ora so, con certezza, come andrà.


Reggetevi forte, non sarà un discorsetto facile, non ci crederete, mi taccerete di stupidità, menopausata, follia, direte che sono fascista, o comunista, o razzista, o tutto quello che di "isto" può esserci. Non importa: mio compito è dirvelo e poi fatene ciò che volete.


Dunque, siamo nella 1° fase di un progetto che durerà parecchio, non so quanto, 1000 anni?500?100? non lo so, posso solo vedere l'accelerazione attuale e basarmi su quella, il resto non mi è dato.


Il progetto, non umano, ma naturale, è molto semplice. Ordine e armonia "naturale" anche per gli umani affinchè possano integrarsi e far parte della natura.


Per poter arrivare a questo dovremo passare attraverso degli stadi molto dolorosi perchè distruggeranno ciò che non ci fa essere armonici con il resto di ciò che vive.


Ne riparleremo domani ed analizzeremo le fasi ipotetiche una per una....intanto digeritevi questo:


L'intero processo porterà l'umano a far parte della natura vivente


1° fase: le illusioni ed i sogni saranno ABOLITI


:-)

martedì 8 novembre 2011

BCE - Alfano -TUTTI GLI UOMINI - GOLDMAN SACHS - Federal Reserve


BCE - Alfano -TUTTI GLI UOMINI - GOLDMAN SACHS - Federal Reserve - Bildenberg


Dirigenti della Goldman Sachs passati alla funzione pubblica [modifica]


Link a Joseph Cassano per capire perchè paghiamo noi, e poi molto altro..informatevi, accidenti! Siamo accerchiati direi, no? La capite la dinamica? Noi siamo una base economica da risucchiare verso l'alto (loro).

elisa

martedì 22 febbraio 2011

Mito di Parsifal 15 - CHI serve il Graal?


Anche con Parsifal siamo arrivati alla fine.
La maturità che dovrebbe essere prerogativa umana, è finalmente arrivata. E noi siamo maturi? Lascerò che questa prima parte del mito vi risuoni dentro senza commenti, se non questo cappello. Quanto siamo res-ponsabili di ciò che sta accadendo?

Parsifal passa molti anni (la maggior parte delle leggende dice venti) nelle sue avventure cavalleresche.

In lui si in­sinua un'amarezza sempre maggiore; è sempre più disillu­so; si allontana sempre di più dalla sua amata Bianche Fleur; dimentica perché brandisce la spada nel suo viaggio cavalleresco. Procede con sempre minor capacità di capire, con sempre minor gioia.

Questi sono gli anni sterili della mezza età dell'uomo, che sa sempre meno perché sta facendo ciò che fa e tende a dare una risposta evasiva quando viene interrogato sul senso della sua vita.

Parsifal incontra un gruppo di pellegrini cenciosi che va­gano lungo la strada. Gli dicono: «Come mai cavalchi in piena armatura oggi, giorno della morte di nostro Signo­re? Non sai che è il venerdì santo? Vieni con noi dall'ere­mita della foresta, confessa i tuoi peccati e chiedi l'assolu­zione per prepararti alla Pasqua».

Improvvisamente Parsifal si risveglia dalle proprie oscure fantasticherie e, più per inerzia che per ispirazione, si unisce ai pellegrini.

L'eremita è quella parte fortemente introversa della nostra natura che ha aspettato e accumulato energia in un angolo remoto nell'attesa di questo momento.
Di solito, nella pri­ma parte della vita domina giustamente l'estroversione. Ma quando l'estroversione ha fatto il suo corso e ha condotto una persona lungo la prima, importante, metà della vita, allora bisogna consultare l'eremita che c'è nel profondo sul­la prossima mossa.

Nella nostra cultura facciamo questo molto male; poche persone sanno come estrarre l'ingegno dalla loro natura introversa per il passo successivo.


Succe­de spesso che una persona del nostro tempo sia costretta a entrare nella propria introversione da una malattia, da un incidente o da un qualche altro sintomo paralizzante. L'ere­mita è una figura nobile e vi farà del bene se riuscirete ad accostarvi a lui con onore e dignità.
Non c'è molta dignità nel farsi trascinare in questo regno da un incidente o da una malattia; ma in un modo o nell'altro dovrete entrarvi a un certo punto, a metà circa della vostra vita, dignità o non dignità.
Per rendere giustizia all'eremita, dovremo parlare almeno brevemente di coloro la cui natura introversa è tanto forte da costituire il tratto dominante della loro personalità.
Que­ste poche persone, nate eremite (anime fortemente intro­verse), devono rimanere nella foresta (simbolicamente par­lando) in solitudine, accumulando energia così da poter ser­vire il genere umano nel momento in cui la loro qualità diventa cruciale e del più alto valore.
Ci sono poche vitto­rie sul Cavaliere Rosso per queste persone, che poco sanno delle foglie di alloro della vittoria. Le persone di questo tipo ricevono molto poco incoraggiamento e molto poco rinfor­zo ai giorni nostri e spesso conducono una vita solitaria.
Ma viene il momento in cui il loro genio diventa assolutamente necessario per compiere una transizione verso un altro sta­dio della vita, la loro o quella di qualcuno del loro ambien­te.
Il solo fatto di essere consapevoli di questa legittimità rappresenta per loro una salvaguardia. Siate benevoli con il vostro eremita interiore o con la persona nata eremita nel­la vostra cerchia di amici.
Se vostro figlio è un eremita nato, non spingetelo verso lotte con il Cavaliere Rosso ma lascia­te che trovi la propria strada verso la foresta.
Dall'eremita, Parsifal vive un'esperienza molto simile a quella che ha già vissuto con la Fanciulla Orgogliosa.

Pri­ma che possa profferire parola, l'eremita, grazie alla sua chiaroveggenza, gli elenca la lunga lista delle sue colpe e dei suoi fallimenti. Ancora una volta, la colpa peggiore è quella di non avere posto la domanda risanatrice al castel­lo del Graal.

Ben presto l'eremita si addolcisce e conduce Parsifal sulla strada dicendogli che, dopo un breve tratto, dovrà girare a sinistra e attraversare il ponte levatoio.
Il castello del Graal è sempre alla stessa distanza, ma è nell'adolescenza o a metà della vita che, di solito, più facilmente apre le sue porte.



A questo punto, il grande poema francese di Crétien fi­nisce! Si dice che l'autore sia stato colto dalla morte; si ipo­tizza anche che parte del manoscritto sia andata perduta.

Io credo che l'ipotesi più plausibile sia che l'autore si sia fer­mato perché non aveva nient'altro da aggiungere.
La gran­de storia dell'inconscio collettivo, a quell'epoca, era arriva­ta a questo punto della sua evoluzione e l'autore ha avuto l'umiltà di deporre la penna quando non aveva altro da di­re.

Penso che il mito, in senso collettivo, sia avanzato di poco da allora ai giorni nostri; è una storia che si svolge dentro di noi, che non è finita, che è piena di forza e che chiede di essere proseguita.

Se desiderate un vero compito cavalleresco, riprendete dentro di voi la storia dove è rima­sta incompiuta e portatela avanti ( a questo proposito, a seguire questa serie maschile/femminile vi porterò un altro libro, un pezzo per volta) : ogni uomo è Parsifal e il viaggio è il suo proprio viaggio.

Altri autori hanno ripreso la storia e cercato di portarla a termine. Possiamo affidarci a una di queste continuazioni e accompagnare Parsifal nella sua seconda visita al castello del Graal.

Il castello del Graal è sempre in fondo alla strada e dopo una svolta a sinistra.
Chiunque sia abbastanza umile e di buona volontà può trovare quel castello interiore.
Ven- t'anni di ricerca senza frutto hanno distrutto l'arroganza nel cuore di Parsifal e, adesso, egli è pronto per il suo ca­stello.

Appena in fondo alla strada svolta a sinistra e attraversa il ponte levatoio che si chiuderà dandoti appena il tempo di passare: è sempre pericoloso compiere la transizione di li­vello necessaria per entrare nel castello del Graal.

Parsifal trova la stessa processione della prima volta: una fanciulla porta la spada che trafisse il costato di Cristo, mentre un'altra fanciulla porta la patena dalla quale fu ser­vita l'Ultima Cena e un'altra fanciulla ancora porta il Graal.
Il Re Pescatore ferito geme sul suo giaciglio, esausto dalla sofferenza, tra la vita e la morte.

Ora, meraviglia delle meraviglie, con vent'anni di matu­rità ed esperienza alle spalle, Parsifal formula la domanda che costituisce il suo maggiore contributo all'umanità:

Chi serve il Graal?

Che strana domanda! Quasi incomprensibile alle orec­chie della nostra epoca.
Nella sua essenza, la domanda è la più profonda che si possa porre: dov'è il centro di gravità della personalità umana, oppure: dov'è il centro del senso di una vita umana? Se formulassimo oggi questa domanda in un linguaggio moderno, la maggior parte delle persone risponderebbe:Io sono il centro di gravità;
Io mi impegno a migliorare la mia vita;
Io lavoro per raggiungere i miei obiettivi;
Io aumento il mio senso di giustizia;
Io sto facen­do qualcosa di me stesso

oppure, risposta più comune di tutte:

Io cerco la felicità,

il che equivale a dire che voglio che il Graal serva me.

Chiediamo a questa grande cornuco­pia della natura, a questa grande effusione femminile di tut­ta la materia del mondo (l'aria, il mare, gli animali, il pe­trolio, le foreste e tutto ciò che il mondo produce), noi chiediamo che tutto questo serva noi.

Ma non appena la domanda è posta, la risposta arriva, riverberando attraver­so i saloni del castello del Graal: il Graal serve il Re del Graal.

Anche la risposta è enigmatica.

 Tradotta, significa che la vita serve quello che un cristiano chiamerebbe Dio, che Jung ha chiamato Sé e che noi definiamo con tut­ti i molteplici termini che abbiamo elaborato per indicare ciò che è più grande di noi.


E anche possibile usare un altro linguaggio, meno poetico ma forse più facile. C.G. Jung parla del processo vitale co­me della ricollocazione del centro di gravità della persona­lità dall'Io al Sé.

Vede in questo il lavoro esistenziale deb l'uomo e il centro del significato di ogni impresa umana.

Quando Parsifal capisce di non essere il centro dell'univer­so (e neppure del suo piccolo regno) è libero dall'alienazio­ne e il Graal non gli è più vietato.

Benché possa andare e venire dal castello del Graal per il resto della sua vita, d'ora in poi esso non gli sarà mai più estraneo.


Ancora più strabiliante, il Re Pescatore si alza, guarito, nella gioia e nell'esultanza.

 Il miracolo è avvenuto e la leg­genda della sua guarigione compiuta.

Nell'opera di Richard Wagner, Parsifal, il Re Pescatore ferito si alza a questo pun­to e canta una mirabile canzone di esultanza e possenza e forza: è il momento culminante della storia!

Ora, chi è il Re del Graal, che fino a questo momento non avevamo ancora sentito menzionare? E il vero re del regno e vive al centro del castello del Graal. Egli vive sol­tanto dell'Ostia e del Vino del Graal.
E' una figura appena camuffata di Dio, la rappresentazione terrena del Divino o, in termini junghiani, il Sé.

Certo, è avvilente sapere che veniamo a conoscenza di questo centro solamente quando siamo pronti e quando abbiamo compiuto il nostro dovere di formulare una domanda coerente.

Oggetto della vita non è la felicità, ma il servizio di Dio o del Graal.
Tutte le ricerche del Graal portano a servire Dio.
Se comprendiamo questo e abbandoniamo la convinzione idiota che il senso della vita stia nella felicità personale, allora troviamo questa qualità elusiva immediatamente a portata di mano.

Lo stesso motivo compare in un mito contemporaneo,II signore degli anelli, di Joan R. R. Tolkien: il potere deve es­sere tolto a coloro che lo sfrutterebbero. Nel mito del Graal, la fonte del potere viene conferita al rappresentante di Dio. Nel mito di Tolkien, l'anello del potere viene sot­tratto alle mani malvage che lo userebbero per distruggere il mondo e viene restituito alla terra dalla quale è venuto.
I miti antichi parlavano spesso della scoperta del potere e del suo affidamento a mani umane.
I miti moderni parlano del­la restituzione della fonte del potere alla terra o alle Mani di Dio prima che l'umanità se ne serva per distruggere se stessa.

Un dettaglio della storia merita un'osservazione speciale: Parsifal deve solo porre la domanda, non occorre che ri­sponda.
Quando ci sentiamo scoraggiati e convinti che non avremo mai la capacità di trovare la risposta a degli enigmi insolubili, ricordiamo che, benché sia dovere del­l'Io formulare una domanda precisa, all'Io non viene ri­chiesto di dare una risposta.
Domandare nel modo giusto corrisponde praticamente a rispondere.
La gioia esplode al castello del Graal. Il Graal viene espo­sto e fornisce il suo cibo a tutti, compreso il Re Pescatore che ora è guarito, e c'è perfetta gioia e pace e benessere.

Quale dilemma! Se chiedete al Graal di darvi la felicità, quella domanda preclude la felicità.

 Ma se servite il Graal e il Re del Graal in modo adeguato scoprite che ciò che ac­cade e la felicità sono la stessa cosa. Un gioco di parole di­venta la definizione dell'illuminazione


Un tema identico ma espresso in un linguaggio molto di­verso si trova nelle 'Dieci figure del pascolo del bove' del buddismo Zen.
Si tratta di una serie di dieci figure dipinte da un artista per illustrare i passi verso l'illuminazione. Nel­la prima figura, il giovane eroe cerca il bove, la propria na­tura interiore; nella seconda vede l'orma del bove; nella terza vede il bove. La serie prosegue fino alla nona figura, nella quale l'eroe ammansisce il bove, stabilisce con lui una relazione pacifica e siede tranquillo a contemplare la scena.

 La domanda sorge a questo punto: «Osserva i ruscel­li che scorrono, nessuno sa verso dove; e i fiori di rosso vi­vo: per chi sono?» L'autore, Mokusen Miyuki, riflette che queste parole possono essere letteralmente tradotte in: «Il ruscello scorre spontaneamente e il fiore è spontaneamente rosso».

 Il termine cinese spontaneamente, viene usato nel composto nel pensiero taoista.
 Può significare 'naturalezza', un'occorrenza della spontaneità creativa del­la natura all'interno e all'esterno. In altre parole,può essere psicologicamente inteso come la realtà vivente dell'autorealizzazione o come la pressione creativa del Sé che si manifesta nella natura.

La serie delle figure culmina nella decima, dove l'eroe, adesso perfettamente in pace, cammina senza essere nota­to per le strade del villaggio.
Non c'è nulla di straordinario in lui ora, a eccezione degli alberi che esplodono nella fio­ritura quando lui gli passa accanto.
Questo interrogativo sul significato del ruscello o del ros­so della rosa che proviene da una fonte tanto lontana da noi qual è il buddismo Zen accresce la nostra comprensio­ne di questa ricerca.

Un francese, lo storico e uomo politico Alexis de Toc­queville, andò in America più di un secolo fa e fece alcune osservazioni acute sullo stile di vita degli americani. Disse che c'è un'idea fuorviarne all'inizio della loro Costituzio­ne: la ricerca della felicità. Non si può cercare la felicità; se lo si fa, la si offusca. Se procediamo nel compito umano della vita, la ricollocazione del centro di gravità della per­sonalità in un qualche cosa di più grande che sta al di fuori di noi, la felicità sarà il risultato.

In quest'anno del Signore(1989, anno in cui l'autore di questi due libretti che vi ho propinato per 2 mesi, Robert A.Johnson, stesso anno in cui io abbandonato Milano per trasferirmi nel mio "eremo" nel bosco) stiamo appena iniziando a for­mulare la domanda del Graal: abbiamo il diritto di abbat­tere gli alberi, impoverire il suolo e uccidere tutti i pellica­ni? La risposta sta cominciando a farsi chiara; le prime, stentate sillabe della domanda si fanno udibili. Se ascoltia­mo questa antica storia di un Folle Innocente che entra stordito nel castello del Graal per la prima volta e si guada­gna la strada verso lo stesso castello per la seconda volta, troviamo alcuni saggi consigli su come procedere lungo la via di oggi.

Oggi, 22/02/2011, in questo momento (ore 16,30) i rubinetti del gas libico sono stati chiusi, il mondo seduto in poltrona guarda i video su un mondo che fino a stamattina appariva lontano ed eroticamente divertente e che ora, crollando ci porta dietro con lui...


Voi..asservite il Graal? io sì, il mio cuore è calmo

lunedì 14 febbraio 2011

mito di Psiche 14 -Ultimo compito: NO creativo ovvero ESSERE VERA DONNA



Ultimo compito: NO creativo ovvero ESSERE VERA DONNA


Siamo arrivati alla fine, miei cari......

Ma questa non è una commedia agro-dolce, ma la metafora della vita, ed arrivare alla fine significa scoprire come passare di livello. 
Ormai i videogiochi ci hanno abituato a capire cosa significa: se vuoi passare di livello devi affrontare la prova più difficile.

Il NO è per la parte femminile la prova più difficile in assoluto e va affrontata riunendo tutte le nostre parti potenti e mettendole al servizio di una forza che ci oltrepassa, con fede assoluta che questo è NECESSARIO.

Pochi di voi saranno in grado di farlo


Il quarto compito di Psiche è senza dubbio il più interessan­te di tutti, ma poche sono le donne che raggiungono questo livello di sviluppo, perché esso si situa al di fuori dello spet­tro di esperienza della maggior parte delle persone.

Ogni volta che mi accingo a parlare di questo quarto compito, sento che la solidità della razionalità e della ragione mi si dissolve sotto i piedi.
Pure, bisogna sapere queste cose se si è chiamati a compiere l'ultimo dei compiti di Psiche.


Afrodite vuole ora che Psiche vada nel mondo infero e ottenga dalle mani di Persefone (che laggiù
regna) un pic­colo scrigno contenente l'unguento di bellezza (cos'è la bellezza?) che essa usa.

 Ancora una volta Psiche crolla. Questa volta l'elemento che le viene in aiuto non è un essere vivente e neppure un fenomeno naturale, bensì una torre, che le fornisce le istruzioni per il suo viaggio sotterraneo

.

Psiche dovrà tenere in bocca due monete e nelle mani due pezzi di pane d'orzo. 
Dovrà rifiutarsi di aiutare un uo­mo claudicante che conduce un asino e che le chiederà di raccogliere 
dei ramoscelli. 
Dovrà pagare il traghettatore del fiume Stige con una delle monete. 
Dovrà rifiutare la mano brancolante di un moribondo che affiora dall'ac­qua.
Dovrà rifiutarsi di aiutare tre donne che staranno tes­sendo i fili del destino. 
Dovrà gettare un pezzo di pane d'or­zo a Cerbero, il cane a tre teste che custodisce le porte del­l'inferno, e dovrà superare l'ingresso mentre le teste del cane staranno disputandosi il tozzo di pane. 
Dovrà rifiuta­re di mangiare qualunque cosa che non sia il cibo più sem­plice disponibile all'inferno. 
E quindi dovrà ripetere l'inte­ro processo all'inverso, quando intraprenderà la strada del ritorno.

La donna non potrà affrontare il quarto compito se non avrà raccolto tutta la forza necessaria dai primi tre.

Che significato hanno questi doveri se non tradire la sua natura terrena, negare l'armonia che vorrebbe, permettersi di vedere se stessa nella sua parte Caina?
Perchè farlo? Guardiamo..


Quasi inevitabilmente avrà bisogno di un maestro o di una gui­da, e se non è dotata di forza e coraggio sarà meglio che non si accosti neppure a questa impresa.

 Il rimanere inca­gliati nel corso di un viaggio nell'Oltretomba costituisce un'esperienza tremenda. 

Se non si posseggono le monete, il pane d'orzo e, cosa ancora più importante, le necessarie informazioni fornite dalla torre, allora è meglio non intra­prendere il viaggio.

Che vuol dire? Cosa sono le monete, il pane d'orzo e le "informazioni"?


Prima di tutto si trova una TORRE, una costruzione umana. La torre è maschile, è un costrutto, una convenzione, un insieme di regole, una tradizione, un sistema.

 Il cristianesi­mo rappresenta una torre del genere, ed è una delle migliori per noi occidentali.

Esempi eccellenti di torri di questo ge­nere sono gli esercizi spirituali di Ignazio da Loyola, le vite dei santi, l'anno liturgico e gli eremi cristiani.
Al di là della nostra cultura esistono molti sistemi quali lo yoga, il misti­cismo sufi, lo zen e altre torri orientali.
In teoria non impor­ta quale torre si scelga, benché, in generale, sia meglio che gli occidentali rimangano all'interno delle tradizioni della loro coscienza occidentale.
Il nostro inconscio collettivo ha dei modelli che si adattano meglio ai nostri modi occi­dentali.




La prima cosa che psiche deve imparare è frenare la sua generosità; imparare a dire di no allo zoppo e al moribondo (ma solamente a questo stadio della sua crescita).

 Una vol­ta ho vissuto la profonda esperienza di aiutare una donna molto intelligente in questo quarto stadio.
Essa rischiò di perdersi proprio riguardo alla questione della generosità femminile, al fatto di dover dire di no a qualcuno.
Dovetti spesso farlo io per lei, quando non sopportava di farlo da sé. Qualcuno le telefonava, le chiedeva qualche cosa e lei non riusciva a rifiutare. Io dovevo essere la sua torre e rifiutare al posto suo.

 Tutto questo continuò per due anni. Si tratta di un momento difficile per una donna. Mentre esegue il compito, un vecchio storpio lascia cadere alcuni ramoscel­li e le chiede di aiutarlo a rimetterli sul dorso dell'asino e lei deve dire di no; un uomo morente le tende la mano e lei deve dire di no.


La gentilezza e la capacità di dare sono virtù molto curio­se. L'atteggiamento occidentale nei confronti della genero­sità non ci concede praticamente alternative, se non quella di essere gentili. Quando mi trovavo in India, scoprii un atteggiamento diverso riguardo alla gentilezza. Quando pensavo di essere gentile verso un mendicate, per esem­pio, il mio amico indiano mi diceva: «Robert, perché inter­ferisci con la vita degli altri?» Alla fine trovai una risposta a questa domanda. Gli dissi: «Perché ne ho bisogno». «Be­ne,» rispose lui, «se è così, allora va bene.»
Una parabola cinese parla del maschile e del femminile nel modo seguente.

(ZOOOOOOOOOOMMMM!!!!imparatevela a memoria please!)

Un uomo sta, all'alba, sulla cima del monte e allunga le mani, con i palmi verso l'alto, per pro­nunciare il sì creativo.
Una donna sta, all'alba, sulla cima del monte e allunga le mani, con i palmi verso il basso, per pronunciare il no creativo.

Secondo il pensiero cine­se, questo esprime il fatto che il maschile e il femminile portano ciascuno metà della realtà (lo yang e lo yin, in ter­mini cinesi) e si complementano in maniera perfetta.

Cia­scuno ha bisogno dell'altro; ciascuno nutre l'altro.

 È con il no creativo che abbiamo a che fare qui, e si tratta di una questione non indifferente. Il no quale creazione è una pos­sibilità che nella cultura occidentale è andata totalmente perduta. La donna può 
arrivare a un no creativo, limitan­te, che dà forma, se compie questa parte del viaggio di Psi­che.


Questo vale solamente se la donna si trova in questo quarto stadio, solamente se ha portato a termine gli altri compiti.

Se non ha imparato a essere generosa, questo com­pito sarà per lei veleno. 

Soltanto in determinati momenti il no creativo diventa necessario. Dopo, può essere abbando­nato e si può ritornare generosi.


Nella nostra società non incontriamo le mani ossute dei mendicanti, ma le richieste del nostro tempo.

Il telefono squilla e dall'altro capo del filo ci viene chiesto di fare una serie di cose. Il campanello suona e qualcuno ci chie­de un obolo per la tale organizzazione o la tal opera di ca­rità. Io sono arrivato a decidere che questo non era il modo in cui volevo donare il mio denaro, ma mi ci è voluto mol­to coraggio per dire alla persona alla porta: «No, preferisco dare i miei soldi in altro modo».


Nella gran parte delle società primitive, se si fa qualche cosa per qualcuno, si rimane debitori nei confronti di quel­la persona. In Africa, se qualcuno salva la vita a un uomo e quell'uomo commette un crimine, colui che lo ha salvato è responsabile del crimine. In India, il mio amico non smet­teva di farmi domande sulla mia gentilezza nei confronti degli altri. Diceva per esempio: «Perché fai questo?» Io bal­bettavo risposte quali: «Beh, è una buona cosa», oppure: «Mi ha toccato il cuore». E lui rispondeva: «Non è una buona ragione».

Il mito ci dice che, a questo punto della vita, la donna non deve fare il bene in maniera indiscriminata. In partico­lare, è proibito il bene collettivo. Il motivo sta nel fatto che il quarto compito richiede tutta l'energia e tutte le risorse di una persona.

Idealmente, la donna attraversa i suoi compiti individua­tivi uno per volta, uno stadio alla volta, e incorpora da un compito portato a termine con successo la forza necessaria per affrontare il successivo.

 Ma in pratica non funziona esattamente così. I compiti si raggruppano tutti insieme; tutti e quattro gli stadi ci si impongono indiscriminatamen­te. Sarebbe bene che del quarto stadio non si sapesse addi­rittura nulla fino al momento in cui sorga la necessità reale di affrontarlo. Altrimenti, è possibile che si sia indotti a rosicchiarlo o ad entrarvi un pochino. Ma non c'è 'pochi­no' in questo quarto stadio. Jung è stato chiarissimo al pro­posito: «Se non hai intenzione di portare l'analisi fino in fondo, non cominciarla».

 Per compiere il grande viaggio sotterraneo, il viaggio nel mare notturno, bisogna essere pronti ad arrivare fino in fondo. Il traghettatore vuole il suo pedaggio. Occorre possedere una quantità di energia, abbastanza energia immagazzinata in anticipo, per attraver­sare lo Stige e tornare indietro


Psiche deve rifiutare anche di partecipare alla tessitura del destino.

 Qual è la donna che riesce a resistere alla pos­sibilità di partecipare alla tessitura del destino del mondo, in particolare alla tessitura sovrapersonale della vita dei suoi figli, che lei non dovrebbe toccare? Le madri ritengo­no di dover guidare i loro figli e, per certi aspetti, questo è vero. Ma per altri aspetti essi non sono i loro figli; sono i figli della vita. Le madri non dovrebbero arrestare la pro­pria vita per prendere parte alla tessitura del destino dei figli; renderanno loro un miglior servizio curando il pro­prio destino.

(bene Signori e Signore..riprendete il vostro posto nella vostra vita e finitela di usare e usurpare le vite altrui!)



E così, Psiche procede nel suo viaggio nel mondo degli Inferi. È stata istruita a non mangiare molto finché rimane lì, così, quando Persefone la invita a un banchetto, Psiche ricorda il consiglio e rifiuta.

 Mangia soltanto pane e acqua. Questo episodio è molto suggestivo. In quasi tutte le cultu­re, mangiare in un determinato luogo significa stabilire dei legami permanenti con quel luogo o con quella famiglia o situazione. Condividendo il pasto, in qualche modo ci si impegna. Questo è il motivo per cui in India un bramino non mangerà mai nella casa di qualcuno di casta inferio­re: vi rimarrebbe legato.


Psiche ottiene lo scrigno contenente l'unguento di bel­lezza e se ne va, lanciando l'altro pezzo di pane d'orzo al cane Cerbero. Incontra di nuovo il traghettatore, paga il pedaggio e torna indietro.
Porta lo scrigno con l'unguento di bellezza alla superficie della terra, dopo aver superato tutte le prove e le difficoltà e, a questo punto, compie un'azione curiosa e folle. Im­provvisamente, l'assale il pensiero che se l'unguento è tan­to prezioso ad Afrodite, dovrebbe essere buono anche per lei. Così, apre lo scrigno. Non la bellezza ne esce, ma un sonno mortale: Psiche cade a terra come morta.





Questo è un momento molto importante...
(Continuiamo la storia fino alla fine; poi torneremo su questo punto.)



Quando questo accade, Eros avverte o sente che la sua amata è in pericolo. Allora vola da lei, le strofina via il son­no e lo ripone nello scrigno, chiude il coperchio, raccoglie Psiche e la porta sull'Olimpo. Psiche sarebbe morta se lui non l'avesse liberata. Eros parla con Zeus, che accetta di fare di Psiche una dea. Afrodite non solleva obiezioni: ap­parentemente sembra soddisfatta. Tutti gli dei si dichiara­no d'accordo ed Eros e Psiche si sposano. Lei mette al mon­do una bambina, cui viene imposto il nome di Piacere.


Come possiamo interpretare l'apertura del cofanetto conte­nente l'unguento di bellezza, in particolare dopo che Psiche ha compiuto con tanto coraggio tutte le imprese che ha compiuto?
L'unguento può simbolizzare la preoccupazione della donna per la propria bellezza o attrattiva, per la desiderabi­lità fisica. La storia ci insegna quanto questo sia importante per le donne, ora come sempre. Le donne dedicano molto del loro tempo alla cura dei capelli e ai cosmetici, atteggia­mento che il maschile non riesce a comprendere.
L'ossessione della nostra società nei confronti dell'eterna giovinezza è in gran parte una richiesta dell'unguento di bellezza di Persefone. Vi sono donne che hanno aperto il cofanetto e si sono addormentate, incapaci di vere relazio­ni perché troppo preoccupate dall'esteriorità. La donna pesantemente truccata è fuori dalla relazione; indossa una maschera, come tutti gli uomini sanno.

 Qualche volta le donne si comportano in questa maniera per cercare di pia­cere, ed eccitano il loro Eros in questo modo esteriore, ma nel processo perdono molta della loro naturale grazia fem­minile.

Il sonno di Psiche rappresenta il crollo finale. Si tratta del sonno della morte a lungo rimandato, che l'oracolo aveva previsto fin dall'inizio ma che Eros aveva dilazionato tra­sportando Psiche nel suo giardino.

La morte psicologica, intesa come trasformazione da un livello di sviluppo a un altro, costituisce un simbolo comune nei miti e nei sogni.

Si muore al vecchio sé e si accede a una nuova vita.

All'inizio Psiche è una creatura graziosa, innocente, fem­minile. Perché acquisisca nuova crescita e nuova vita, l'o­racolo, e l'evoluzione, le prescrivono di morire alla sua pre­occupazione fanciullesca, forse narcisistica, nei confronti della propria bellezza, innocenza e purezza e di lasciarsi coinvolgere dalle complessità della vita, compresi gli aspet­ti brutti e oscuri, e dalle potenzialità che Psiche ha in sé.

Ora come ora...questa parte femminile evoluta dov'è finita?

Ora, chi può aver capito tutto questo meglio di Persefo- ne, dalla quale Psiche viene mandata per ottenere l'un­guento di bellezza? Anche la Persefone della mitologia era all'inizio una giovane vergine bella e innocente, splen­dente di giovinezza e freschezza primaverili.


Era preoccupa­ta della propria bellezza, e fu questa preoccupazione a strap­parla all'innocenza e a collocarla nel ruolo che le era stato destinato.

Persefone rimase affascinata da un bellissimo fio­re, il narciso, che Giove aveva posto sul suo cammino espressamente per allontanarla dai suoi amici, così che Ade, il dio degli Inferi, potesse rapirla, portarla con sé nel­l'Oltretomba e prenderla in moglie.

 Dopo che Ade ebbe rapito Persefone e dopo che la madre Demetra l'ebbe lun­gamente cercata e pianta, Giove concesse finalmente alla fanciulla di lasciare gli Inferi una volta l'anno, in primave­ra, per fare ritorno sulla terra.

Persefone aveva imparato molto sulla bellezza, sul suo va­lore e il suo prezzo. La portava sulla terra tutti gli anni, in primavera e in estate, e la vedeva sfiorire e morire al primo apparire del gelo, quando tornava a discendere nell'oltre­tomba. Sì, sapeva della fragilità e della desiderabilità della bellezza di ogni genere.

E così, è da Persefone che Psiche deve recarsi per il suo compito finale. Ci potrebbe essere luogo migliore? Da chi altri poteva essere mandata la giovane e bella Psiche che doveva morire alla virginale preoccupazione primaverile nei confronti del proprio narcisismo, della propria bellez­za, quel narcisismo che la separava dalla sua stessa crescita e dal consesso umano?

Guardiamoci..guardiamoci..l'umano è oggi in grado di morire alla propria virginale adolescente bellezza?

Psiche si è aperta la strada attraverso i primi tre compiti, assimilando progressivamente in ciascuno di essi una com­prensione di sé sempre più complessa e avanzata. Alla fine, si deve confrontare con il compito stesso dell'individuazio­ne, della totalità, della completezza.
Questo compito ri­chiede la discesa profonda nell'inconscio, nel mondo del­l'ai di là, e può essere affrontato solamente dopo la conqui­sta di un controllo che ne consenta la gestione cosciente.

Questo punto è da analizzare molto bene: INTEREZZA. Essere interi significa essere integri, esserci tutti: lati chiari e lati oscuri. Quanti di noi possono dire di amare e difendere e conoscere e usare i propri lati chiari ed oscuri quando servono?






E curioso che, avendo ricercato nelle profondità dell'in­conscio il segreto dei suoi problemi, Psiche debba regredire alla coscienza precedente, aprire il cofanetto e morire di una morte simbolica. Quando cerca di tenere per sé e utilizzare l'unguento di bellezza (l'antica coscienza) per lei è la morte.

Pure, in questo mito come in molti altri, la morte si rivela soltanto un sonno. Perché l'Animus, nelle dimensioni con­facenti al mondo interiore dell'Olimpo, è in grado di salva­re l'Io e risvegliarlo a nuova vita, a un superiore livello di esistenza. L'Io e l'Animus hanno ora stabilito una relazio­ne adeguata, totale, completa. Lei è regina. Il frutto di que­sta unione è per lei gioia ed estasi, totalità e divinità.

Ma noi dobbiamo occuparci ancora un po' della morte- sonno di Psiche. Forse, il fallimento può essere tanto neces­sario quanto il successo perché una vita sia completa. Che persona insopportabile sarebbe Psiche se avesse fatto tutto perfettamente, senza sbagliare! I fallimenti ricordano a lei che è umana e ricordano a noi che per crescere è necessa­rio sbagliare.


Il sonno di Psiche fa pensare al sonno di Cristo nella tomba o al sonno di Giona nel ventre della balena. Si trat­ta del grande sonno, della grande morte, del grande crollo prima della vittoria finale.

Tutti noi siamo stati addestrati a pensare che progresso significa successo.

 E tuttavia ci deve anche essere un oppo­sto. John Sanford fa spesso riferimento alla differenza tra perfezione e completezza. È per la completezza, che com­prende il fallimento, che Psiche deve sbagliare ogni tanto nel corso del suo viaggio. Tutti abbiamo le nostre Om­bre, che spesso ci salvano nei momenti critici. Quando Psi­che solleva il coperchio del cofanetto, scopre che esso non contiene alcun unguento di bellezza; contiene soltanto il sonno della morte. Forse è sulla Persona che fino a ora Psi­che ha lavorato. Adesso, per lei, la bellezza è la morte.


Eros salva Psiche alla fine del mito, così che per lei la salvezza viene a essere un dono di totalità, non guadagnato ma elargito dagli dei. Si può allora presumere che sia sem­pre stato Eros a dare forza a Psiche.

Era stato Eros, in quan­to Animus, ad apparirle sotto forma di formica, giunco, aquila e torre.

 Se consideriamo il mito come storia della donna, Eros rappresenta il suo Animus interiore, che si rin­forza, guarisce, che si libera dalle sue caratteristiche fanciul­lesche e bricconesche e si trasforma in uomo maturo che merita di essere il compagno della donna.

Tutto questo av­viene grazie al duro lavoro di lei e alla collaborazione di lui. Lui, a sua volta, riscatta lei.

È bello scoprire che un problema apparentemente insolu­bile si è risolto tranquillamente da sé mentre noi eravamo impegnati nelle faccende pratiche.


C'è una storia persiana che narra di un giovane che, scalata una montagna, trova una caverna e comincia ad esplorarla.
Vi scopre una perla di grande valore, che però sta nelle fauci di un drago terri­ficante, il che induce il giovane a pensare che non avrà al­cuna possibilità di impadronirsene.
Se ne va, quindi, triste­mente, riconciliandosi con la vita di tutti i giorni che però, da quando ha scorto la perla, gli sembra assolutamente pro­saica.
Il giovane si sposa, forma una famiglia, lavora e da vecchio, quando i figli se ne vanno ed egli è di nuovo libe­ro, dice: «Prima di morire, voglio tornare a rivedere la per­la».
Ritorna sui monti, guarda nella caverna e vede la perla, bellissima come la prima volta, ma il drago si è rimpiccio­lito, è ridotto quasi a nulla. Allora l'uomo prende la perla e la porta via con sé. Per tutta la vita aveva lottato con il drago, nell'affrontare le cose pratiche di tutti i giorni.

Psiche dà alla luce una figlia, il cui nome viene tradotto in 'Piacere'.

Ho l'intuizione che sarebbe meglio dire Gioia o Estasi. Quando la donna raggiunge finalmente il pieno sviluppo e scopre la propria divinità, da lei nasce un ele­mento di piacere, gioia o estasi.

Credo che la conquista suprema della femminilità consi­sta nella capacità di portare gioia, estasi, piacere nella vita.

 L'uomo attribuisce grande valore alla donna proprio per questa sua capacità o potere.
Gli uomini non sono in gra­do di trovare da soli quest'estasi; hanno bisogno dell'aiuto dell'elemento femminile, che trovano in una donna ester­na o nella loro donna interiore.
La gioia è un dono che sca­turisce dal cuore della donna.

E privilegio e sviluppo supremo della donna quello di es­sere portatrice di gioia. Nel buddismo zen c'è una tradizio­ne chiamata 'Le Dieci Figure del Pascolo del Bove' che il­lustra lo sviluppo dell'uomo come una serie di incontri con un bove o un toro.
 Molti artisti hanno cercato di dipingere il viaggio esistenziale dell'uomo, il suo sviluppo spirituale, in questo modo immaginifico.
Nella prima figura l'uomo cerca il bove che ha perduto (l'istinto, la forza della natu­ra); nella seconda ne trova le tracce; nella terza lo vede; nella quarta si impadronisce dell'animale vincendone la re­sistenza; nella quinta conduce il bove, ora diventato docile; nella sesta vediamo l'uomo a cavallo dell'animale; la setti­ma figura illustra l'uomo da solo in meditazione; nell'otta­va, sia l'uomo sia il bove sono usciti dal campo visivo; nella nona figura l'uomo è tornato in pace e tranquillità al punto iniziale. La decima figura illustra il momento sublime in cui l'uomo, che ha ora raggiunto l'illuminazione, cammina lungo un sentiero nella maniera più comune, indossando abiti comuni, senza che alcun segno lo distingua dagli altri contadini. E tuttavia gioia e splendore lo seguono, e tutti gli alberi fioriscono al suo passaggio.


Credo che questo sia l'equivalente della gioiosa condizio­ne finale della donna individuata. Lei ha e lei è una visione beatifica. Il frutto di tutte le sue fatiche è la gioia, l'estasi.

Ora non mi resta che augurarvi e augurarci di riuscire ad essere interi, in ogni nostra parte..con gioia..io la mia l'ho fatta e tocca a voi...:-)